martedì 25 marzo 2014

"La prima maratona non si scorda mai..." di Luisa Cotta Ramosino

Ho cominciato a pensare a questo post (pure se il blog di Carlo ancora non esisteva…) l’estate scorsa, quando, totalmente digiuna di lunghi, ma in preda a una follia podistica (che per altro mi pare abbastanza diffusa tra i ramarri) ho iscritto me e Laura alla Maratona di Roma, con la scusa ufficiale che se lo facevo allora costava meno, ma credo con il recondito pensiero che a  quel punto in qualche modo mi sarei indirizzata sulla buona strada di un allenamento più sensato…
Cosa che non è accaduta fino all'inizio del 2014, quando il maestro Tonino Severa ha lanciato la sua campagna di allenamento per tutti. Come tirarsi indietro a quel punto? Anche perché il 23 marzo non sembrava più così lontano…
Insomma, non sto a ricordare a nessuno l’alternarsi di paura ed entusiasmo, a seconda di quanto i lunghi sempre più lunghi proseguivano, fatto sta che quando venerdì sera ci siamo trovati a vedere il documentario sulla maratona, allora e solo allora ho realizzato che di lì a meno di 36 ore mi sarei trovata sulla linea di partenza…e l’ansia ha cominciato a salire. Finita la baldanza post Bracciano, finita la voglia di dire a tutti che domenica era il gran giorno, restava solo quel pizzico di follia che mi faceva dire: ormai ci sei, conviene che cerchi di arrivare in fondo.
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Certo, nonostante da tutta la settimana le previsioni fossero quelle, fino a domenica mattina ho sperato che per la mia prima maratona il tempo mi desse una mano, che il sole ci fosse (ma per piacere non troppo caldo che sennò si suda…), che come per magia tutto fosse perfetto. Ma come tutti sanno non è stato così.
Qualche goccia già sulla foto pre-partenza, anche se in effetti anche solo far parte di quello scatto mi ha regalato una sferzata di energia, così come i sorrisi dei compagni maratoneti ramarri (quelli alla prima come me come gli esperti) con cui raggiungere il deposito borse. Che pure lì sembrava di dover lasciare la coperta di Linus, sempre a chiedersi se non ci fosse, in qualche tasca nascosta, depositato dalla fata madrina dei maratoneti, l’elisir speciale per arrivare in fondo senza troppa fatica…Non c’era, o se c’era io non l’ho visto.
Ci sarebbe da scrivere un paragrafo intero sul passaggio bagni pre-maratona (condiviso con compagne d’avventura ingegnose), ma mi risparmierò. Del resto le risatine nervose di quei momenti temo venissero dall'ansia che saliva inesorabile.
Insomma, eccomi al via, già bagnata come un pulcino (tra le mille dotazioni, nello zainetto di Linus non c’era la comodissima mantellina della Roma Ostia che avevo guardato intensamente prima di uscire…e poi avevo lasciato lì a rendersi utile sul divano di casa), con le gambe che mi sembravano improvvisamente dimentiche dei tre mesi di allenamenti e con la testa che non riusciva nemmeno a pensare a cosa sarebbe successo di lì a 4 ore e mezza (meglio andare abbondanti…). 

Fortunatamente il via arriva quasi di sorpresa e anche se per arrivare alla linea di partenza ci vogliono più di 11 minuti finalmente c’è solo da pensare a correre (e a non inciampare sul percorso bagnato). Con Laura (e il suo ginocchio ballerino) ci eravamo dette che avremmo corso appaiate finché fosse andato bene ad entrambe, non tanto per chiacchierare, ma per tenerci silenziosa compagnia lungo i chilometri. Mantenere il ritmo prefissato, soprattutto all'inizio, quando si tratta soprattutto di evitare gli ostacoli e i sorpassi pericolosi, è stato quasi naturale e a parte qualche imprecazione all'indirizzo di colleghi un po’ spericolati o pedoni un po’ troppo intraprendenti, visto che il tempo ci concedeva tregua, abbiamo corso con piacere, la testa a posto e le gambe pure. Io, come al mio solito, scandivo i chilometri con il sistema delle frazioni, porzioni variabili che aiutano a non pensare al fatidico 42, ma nella testa sapevo benissimo che c’erano solo due obiettivi: arrivare al 30 senza troppo soffrire, e non camminare mai fino al ristoro ramarro. Meno male che mentre imboccavo viale Marconi non sapevo che non sarei riuscita a fare nessuna delle due cose.

Perché fino al km 21 la corsa è stata davvero piacevole, sono riuscita a guardarmi intorno, a salutare i ramarri che superavo o da cui venivo superata, a cercare tra la folla i volti amici di chi si sgolava con un provvidenziale “forza ramarri”, poi, però, ho cominciato a realizzare che le gambe erano più stanche di quel che pensavo e che la seconda mezza sarebbe stata davvero dura.
E così è stato. Anche perché mentre vedevo dal Garmin che il mio (un po’ ottimistico, lo ammetto) obiettivo scivolava via secondo dopo secondo, ho pensato bene di tirare la salita della Moschea per dimostrare a me stessa che c’ero ancora con le gambe e il fiato. Il che, se mi ha dato una spinta in termini di morale, mi è forse poi costato dopo quando, correndo oltre il 34esimo chilometro (che guarda caso era anche il mio limite massimo di lungo, a Bracciano), il vento e la maglia bagnata hanno cominciato a farmi soffrire e all'improvviso quegli ultimi 1000 metri prima dell’oasi ramarra mi sono sembrati impossibili da superare, di testa prima ancora che di gambe.
Non è bastato incrociare la mitica Chiara in sella alla sua bicicletta, ci sono scappati 200 metri di camminata e di lì in poi è stato tutto più difficile. Anche perché io mi conosco, e più della fatica mi pesava il fatto di aver perso una scommessa con me stessa (non camminare mai) e per una come me quel misto di autocommiserazione e rabbia è molto peggio dell’acido lattico.
Meno male che i mille sorrisi del ristoro mi hanno ricordato che ero lì (non solo) per soffrire, ma anche per divertirmi, e che le forze per arrivare in fondo (anche se con qualche camminata) le potevo e le dovevo trovare.
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Non dirò che di lì al 42esimo (o 43esimo, stando al mio Garmin e non solo al mio…) è stato più semplice, no, e so che nei prossimi mesi dovrò lavorare bene per prepararmi a una nuova avventura, ma è vero anche che quegli ultimi 7 chilometri mi hanno insegnato che non bisogna mai dare nulla per scontato, che la testardaggine serve, ma non basta e la forza di arrivare in fondo si deve sì trovare in se stessi, ma può anche arrivare da fuori: dall'urlo di un tizio che non vedrai mai più, ma che legge il nome sul pettorale e lo ripete per farti ripartire, dal sorriso di un ramarro che sa che dovrà zoppicare fino all'arrivo ma non si arrende, o dalla pacca sulla spalla di un amico. Così il traguardo quando è arrivato non ha portato almeno per me un pianto liberatorio, ma un sorriso (ebete? nevrotico? chissà…) e la voglia di riprovarci…non appena l’acido lattico mi permetterà di tornare a muovermi come una persona normale. 
E allora ecco che quel tempo che non è quello che volevo, quel 4 ore 26 minuti 12 secondi improvvisamente diventa il numero perfetto, perché è il mio e perché anche se era scritto all'ARRIVO, per me oggi sembra tanto uno START. 


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