martedì 25 marzo 2014

"La prima maratona non si scorda mai..." di Luisa Cotta Ramosino

Ho cominciato a pensare a questo post (pure se il blog di Carlo ancora non esisteva…) l’estate scorsa, quando, totalmente digiuna di lunghi, ma in preda a una follia podistica (che per altro mi pare abbastanza diffusa tra i ramarri) ho iscritto me e Laura alla Maratona di Roma, con la scusa ufficiale che se lo facevo allora costava meno, ma credo con il recondito pensiero che a  quel punto in qualche modo mi sarei indirizzata sulla buona strada di un allenamento più sensato…
Cosa che non è accaduta fino all'inizio del 2014, quando il maestro Tonino Severa ha lanciato la sua campagna di allenamento per tutti. Come tirarsi indietro a quel punto? Anche perché il 23 marzo non sembrava più così lontano…
Insomma, non sto a ricordare a nessuno l’alternarsi di paura ed entusiasmo, a seconda di quanto i lunghi sempre più lunghi proseguivano, fatto sta che quando venerdì sera ci siamo trovati a vedere il documentario sulla maratona, allora e solo allora ho realizzato che di lì a meno di 36 ore mi sarei trovata sulla linea di partenza…e l’ansia ha cominciato a salire. Finita la baldanza post Bracciano, finita la voglia di dire a tutti che domenica era il gran giorno, restava solo quel pizzico di follia che mi faceva dire: ormai ci sei, conviene che cerchi di arrivare in fondo.
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Certo, nonostante da tutta la settimana le previsioni fossero quelle, fino a domenica mattina ho sperato che per la mia prima maratona il tempo mi desse una mano, che il sole ci fosse (ma per piacere non troppo caldo che sennò si suda…), che come per magia tutto fosse perfetto. Ma come tutti sanno non è stato così.
Qualche goccia già sulla foto pre-partenza, anche se in effetti anche solo far parte di quello scatto mi ha regalato una sferzata di energia, così come i sorrisi dei compagni maratoneti ramarri (quelli alla prima come me come gli esperti) con cui raggiungere il deposito borse. Che pure lì sembrava di dover lasciare la coperta di Linus, sempre a chiedersi se non ci fosse, in qualche tasca nascosta, depositato dalla fata madrina dei maratoneti, l’elisir speciale per arrivare in fondo senza troppa fatica…Non c’era, o se c’era io non l’ho visto.
Ci sarebbe da scrivere un paragrafo intero sul passaggio bagni pre-maratona (condiviso con compagne d’avventura ingegnose), ma mi risparmierò. Del resto le risatine nervose di quei momenti temo venissero dall'ansia che saliva inesorabile.
Insomma, eccomi al via, già bagnata come un pulcino (tra le mille dotazioni, nello zainetto di Linus non c’era la comodissima mantellina della Roma Ostia che avevo guardato intensamente prima di uscire…e poi avevo lasciato lì a rendersi utile sul divano di casa), con le gambe che mi sembravano improvvisamente dimentiche dei tre mesi di allenamenti e con la testa che non riusciva nemmeno a pensare a cosa sarebbe successo di lì a 4 ore e mezza (meglio andare abbondanti…). 

Fortunatamente il via arriva quasi di sorpresa e anche se per arrivare alla linea di partenza ci vogliono più di 11 minuti finalmente c’è solo da pensare a correre (e a non inciampare sul percorso bagnato). Con Laura (e il suo ginocchio ballerino) ci eravamo dette che avremmo corso appaiate finché fosse andato bene ad entrambe, non tanto per chiacchierare, ma per tenerci silenziosa compagnia lungo i chilometri. Mantenere il ritmo prefissato, soprattutto all'inizio, quando si tratta soprattutto di evitare gli ostacoli e i sorpassi pericolosi, è stato quasi naturale e a parte qualche imprecazione all'indirizzo di colleghi un po’ spericolati o pedoni un po’ troppo intraprendenti, visto che il tempo ci concedeva tregua, abbiamo corso con piacere, la testa a posto e le gambe pure. Io, come al mio solito, scandivo i chilometri con il sistema delle frazioni, porzioni variabili che aiutano a non pensare al fatidico 42, ma nella testa sapevo benissimo che c’erano solo due obiettivi: arrivare al 30 senza troppo soffrire, e non camminare mai fino al ristoro ramarro. Meno male che mentre imboccavo viale Marconi non sapevo che non sarei riuscita a fare nessuna delle due cose.

Perché fino al km 21 la corsa è stata davvero piacevole, sono riuscita a guardarmi intorno, a salutare i ramarri che superavo o da cui venivo superata, a cercare tra la folla i volti amici di chi si sgolava con un provvidenziale “forza ramarri”, poi, però, ho cominciato a realizzare che le gambe erano più stanche di quel che pensavo e che la seconda mezza sarebbe stata davvero dura.
E così è stato. Anche perché mentre vedevo dal Garmin che il mio (un po’ ottimistico, lo ammetto) obiettivo scivolava via secondo dopo secondo, ho pensato bene di tirare la salita della Moschea per dimostrare a me stessa che c’ero ancora con le gambe e il fiato. Il che, se mi ha dato una spinta in termini di morale, mi è forse poi costato dopo quando, correndo oltre il 34esimo chilometro (che guarda caso era anche il mio limite massimo di lungo, a Bracciano), il vento e la maglia bagnata hanno cominciato a farmi soffrire e all'improvviso quegli ultimi 1000 metri prima dell’oasi ramarra mi sono sembrati impossibili da superare, di testa prima ancora che di gambe.
Non è bastato incrociare la mitica Chiara in sella alla sua bicicletta, ci sono scappati 200 metri di camminata e di lì in poi è stato tutto più difficile. Anche perché io mi conosco, e più della fatica mi pesava il fatto di aver perso una scommessa con me stessa (non camminare mai) e per una come me quel misto di autocommiserazione e rabbia è molto peggio dell’acido lattico.
Meno male che i mille sorrisi del ristoro mi hanno ricordato che ero lì (non solo) per soffrire, ma anche per divertirmi, e che le forze per arrivare in fondo (anche se con qualche camminata) le potevo e le dovevo trovare.
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Non dirò che di lì al 42esimo (o 43esimo, stando al mio Garmin e non solo al mio…) è stato più semplice, no, e so che nei prossimi mesi dovrò lavorare bene per prepararmi a una nuova avventura, ma è vero anche che quegli ultimi 7 chilometri mi hanno insegnato che non bisogna mai dare nulla per scontato, che la testardaggine serve, ma non basta e la forza di arrivare in fondo si deve sì trovare in se stessi, ma può anche arrivare da fuori: dall'urlo di un tizio che non vedrai mai più, ma che legge il nome sul pettorale e lo ripete per farti ripartire, dal sorriso di un ramarro che sa che dovrà zoppicare fino all'arrivo ma non si arrende, o dalla pacca sulla spalla di un amico. Così il traguardo quando è arrivato non ha portato almeno per me un pianto liberatorio, ma un sorriso (ebete? nevrotico? chissà…) e la voglia di riprovarci…non appena l’acido lattico mi permetterà di tornare a muovermi come una persona normale. 
E allora ecco che quel tempo che non è quello che volevo, quel 4 ore 26 minuti 12 secondi improvvisamente diventa il numero perfetto, perché è il mio e perché anche se era scritto all'ARRIVO, per me oggi sembra tanto uno START. 


lunedì 24 marzo 2014

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L'arrivo

Spesso la mia gara, come quella di tanti altri, comincia la sera prima con la preparazione, il pettorale, il gps, le scarpe e tutto il resto. C’è uno zaino intero da colmare, facendo attenzione a non dimenticare nulla, perché quando sei lì non vuoi mai farti trovare impreparato. Esagerare, questo è bene.  Quindi stendi la canotta della tua squadra d'appartenenza sul tavolo della cucina e con cura millimetrica posizioni il pettorale, spille da balia e via. Metti il tuo garmin (o chi per esso) in carica, riempi il marsupio di pozioni magiche. Poi guardi la tua opera e non vedi l’ora di svegliarti per indossare tutto quell'ordine, quella precisione. Alcuni dormono, altri dormono sonni agitati, qualcuno non dorme. La sveglia comunque è una liberazione per tutti. La mia suona alle 05.30, mi piace fare con calma. Colazione abbondante come mai in vita mia, mare di zuccheri; miele, marmellata, fette biscottate, ma a farla da padrone per me c’è sempre il caffè. Bevo una caffettiera intera e faccio un torto a mia moglie, di solito ne lascio un po’ per macchiare il suo latte. Oggi capirà, come al solito, del resto.
Nonostante il forte anticipo, arrivo con leggero ritardo all'appuntamento con Roberto delle 06.50. Chiusi dentro la tuta d’ordinanza degli Amatori Villa Pamphili ci dirigiamo verso la metropolitana. Questo serpentone metallico che piano, piano ingurgita altri runners che come noi vanno a vivere questa avventura. Linea “A”, Termini, linea “B”, Circo Massimo, 20 minuti e siamo già al primo obiettivo. Pochi gradini e usciamo all'aria aperta e lì tanti ramarri. Rituale della foto di gruppo e come un plotone di fanteria marciamo verso il Colosseo, neanche avessimo velleità di conquista!
Intorno a sua maestà ci sono migliaia di persone. Gente che si spoglia, gente che si veste. Qualcuno che fa pipì su un muro, tanti  in fila per i bagni chimici. Entriamo dentro le prime griglie, tanta confusione, file di camion guardaroba dove depositare i nostri piccolissimi zaini, ad ognuno spetta il suo. Un po’ di attesa e la solita ressa. La pioggia si ricorda che deve scendere giù e ci regala il primo generoso “sgrullone”, di freddo neanche l’ombra, siamo talmente appollaiati che non riesce ad infiltrarsi tra gli uomini e le donne in calzoncini e gonnelline. La sensazione è che qualcosa nella suddivisione delle griglie sia andata storta e la partenza diventa unica. Un blocco unito. Lenta. Pianissimo, la massa di uomini e donne si spostano in un unico movimento, passiamo davanti al Vittoriano e comincia la danza. La nave ha lasciato il porto.
Una moltitudine infinità di gente impedisce di prendere il passo, continui strappi, si fa più fatica così, si passa da scatti repentini per guadagnare pochi metri a improvvisi stop. I primi ristori mi confermano che la macchina organizzatrice ha commesso qualche errore, pochi rifornimenti, fortunatamente siamo solo all'inizio e spero che le cose andando avanti miglioreranno. Trovo piacere a vedere quanti commilitoni giunti d’oltralpe ci sono accanto a me. Mi sa d’importante.
All'ottavo km con i miei compagni di squadra siamo ancora compatti, passiamo sotto casa di Stefano e salutiamo la sua famiglia, Lea e i bambini. Viaggiamo già verso nord, verso il punto più lontano. La risalita del Tevere vede il nostro gruppo sgretolato, Francesco è avanti sin dalla partenza, altro passo il suo, rimaniamo io, Fabio e Stefano distanziati di qualche centinaia di metri da Fabrizio, Francesco e Roberto, dietro di noi seguono Claudio e Andrea. Comunque siamo tutti lì, fino all'ingresso nel quartiere Prati, dove Stefano si sgancia da noi, purtroppo per lui la maratona finirà di lì a breve, l’influenza dell’ultima settimana non gli ha lasciato scampo.
Io e Fabio andiamo avanti insieme per qualche altro km, ma vedo che non ce la faccio a sostenere il suo ritmo e lo lascio “scivolare” avanti seguendolo con lo sguardo.
Il momento più bello è stato poco prima della mezza, del 21° km, sul ciglio della strada vedo in lontananza Moira con i miei tesori, mi fermo e li bacio tutti e tre e in mente mi rimane lo sguardo smarrito di Isabella. Sono soddisfatto, riprendo la mia fatica e spero di riuscire a rivederli al traguardo.
La seconda mezza maratona è sofferenza, il primo pensiero che ti fai è quello di dirti che devi correre per lo stesso identico numero di km, una follia! Ormai solo, procedo verso l’acqua acetosa, la parte più brutta del percorso. La pioggia è intensa fino a ponte Milvio dove si affaccia un timido sole e qualche sparuto tifoso.
Roma è silenziosa, ai romani della maratona importa poco. Incontro Peppa in leggera difficoltà, corriamo qualche metro insieme e poi mi invita a proseguire, so che arriverà, è un monumento alla tenacia. Al ristoro del 31 km vedo da dietro sbucare Andrea e Claudio, capisco che il mio passo non è più brillante come prima e mi metto a ruota di questi due “mastini”. Come sempre divido la corsa in tronconi e aspetto quindi il 35° e il suo ristoro, facce note da quelle parti. Vedo prima di tutti Abramo, dopo di lui Ilario con lo sguardo basso, lo chiamo, mi fermo e gli chiedo un bicchiere d’acqua, è rigenerante. Rita, Marina e gli altri. Sorrisi e incitamenti mi spingono fino all'imbocco di via del Corso, tra due ali di transenne piazza del Popolo mi appare lontanissima, nel frattempo mi sono perso sia Claudio che Andrea, il primo più avanti e il secondo dietro. Da lontano vedo un ragazzo a terra avvolto dalla coperta termica, mi giro a guardarlo e vedo che si tratta di Fabrizio, mi fermo a chiedergli come sta, mi dice che sono solo crampi e m’invita a proseguire.
Finirà anche lui stoicamente la sua maratona.
Mi sarebbe piaciuto fermarmi lì con lui a fare due chiacchiere. Prima della galleria del traforo mi sento chiamare alle spalle, mi volto e vedo Andrea, è un sollievo. Percorriamo la discesa finale dell’ultimo km insieme, lui qualche metro avanti. L’ingresso a piazza Venezia è entusiasmante, migliaia di persone, gente che urla nomi di amici, di mogli e mariti, di padri, madri e figli. Prima dell’arco finale sento urlare “papà!” mi giro e sulla tribuna vedo Moira e Giulia, la mia grande campionessa.
Alzo gli occhi al cielo, anche questa volta ce l’ho fatta. Sono felice. Mi appoggio alle transenne spossato insieme a Roberto e Andrea, è davvero una bella soddisfazione.
Carlo, Andrea e Roberto
Quattro mesi fa ho cominciato a preparare quest’avventura, oggi è tutto finito. In fondo penso che  le 3h 57m con cui ho percorso la maratona siano ben poca cosa rispetto a tutto quello che ho vissuto nei giorni precedenti. Adesso che la preparazione è finita e che la gara è  stata corsa sento un senso di vuoto agonistico, una sorta di limbo. Alla fine ripensi a quello che hai vissuto, ai flashback che ti ritornano in mente, alle cose che avresti dovuto fare e non hai fatto a quello che hai sbagliato e a quello che vorresti cambiare. Sono soddisfatto, ma quel retrogusto amaro per qualcosa di non compiuto c’è sempre. Adesso è ora di fermarsi, di far riposare spirito e fisico, in attesa di ripartire. C’è sempre un’altra maratona da correre.


Tutte le emozioni che ho vissuto nel tragitto che mi hanno portato al compimento di questa avventura, sono merito di una persona speciale. Grazie mille Francesco.  

venerdì 21 marzo 2014

Pietro Mennea


"La fatica non è mai sprecata: soffri ma sogni"
                                                                                              P.M.

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Sposa bagnata.. sposa fortunata

Passano i giorni e puntualmente controlli sui vari siti che condizioni climatiche ci saranno il giorno della gara. Guardando il sole, circa un mese prima, pensi che sia troppo presto per cantare vittoria. Rimandi allora al giorno successivo e ripeti scaramanticamente tutti i gesti del giorno precedente per alcune settimane. Alternanza ovvia di risultati, pioggia, "neve" e sereno si alternano incessanti. In fondo manca ancora tanto. Fino ad arrivare ad oggi. Afferri il mouse, lo sposti con delicatezza sulla scrivania facendo collimare la freccetta bianca sullo schermo, con l'icona del tuo sito meteo preferito. Inserisci la località e clicchi. Venerdì sereno, sabato così così, domenica.... diluvio!! "Non è possibile!". Frenetico cominci a controllare se su altri siti ci siano risultati discordanti, una flebile speranza, un contraddittorio, in barba alla fedeltà giurata al tuo sito di fiducia "questo ci becca sempre!". Niente! La tua adultera ricerca non offre i risultati sperati. La mente viaggia libera e ti guarda dall'alto come fosse una goccia d'acqua che cade dal cielo. Sei lì, in mezzo ad altre migliaia di persone. Braccia incrociate e vani saltelli in cerca di calore. K-way e ripari improponibili, dalle buste nere di plastica, alle tute bianche da imbianchino. Migliaia di colori, su tutti il grigio, sopra e sotto le nostre teste. Aspetti lo start per sfuggire a questa tortura. Cancelli i flash back della tua gara illuminata dal sole e ridirigi il tuo film in bianco e nero. La Maratona di Roma, la XX edizione, la mia prima volta, sarà bagnata... speriamo porti bene.
Nel frattempo continuo a fare click e a controllare...


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"Aspettando altro" di Annalisa Gabriele

Ladispoli. Arrivo e cerco il mare. Alzo un po’ la testa, mi sporgo ma niente. E' lì. dietro l'angolo ma tagliato fuori da questa gara che non a caso si chiama ''Correndo nei Giardini''. Il passaggio sul lungo mare e l'arrivo in piazza è stato sostituito per necessità logistiche. Ora è tutto più godibile con l'ampio spazio per il ritrovo delle società. Il pratone circostante dove i nostri figli hanno giocato e ci hanno ignorato fino al momento di ripartire e un percorso più lineare con una zona partenza ampia e scorrevole. Meglio. Sicuramente meglio in  tutto e per tutto. Eppure la mia natura nostalgica mi fa comunque rimpiangere quell'altra corsa. Quella di qualche anno fa, con il tratto sul lungo mare e l'odore del sale. Quella che se capitava la giornata nera dovevi correre prima contro il vento e poi con i km. Bella quella gara, bella anche questa. Sicuramente meriterebbe maggior attenzione mentre invece rimane un pò strozzata nella terra di nessuno. Là sul limite ambiguo di una maratone incipiente. Ma non una maratona...LA MARATONA. La maratona di Roma. Quella tanto attesa e preparata. Quella dei sogni, dei debutti, della paura, dell' esserci a tutti i costi. Quella che catalizza e muove ogni km, ogni gara, ogni discorso prima di lei. E dopo....dopo non c'è niente. Non lo so. Vorrei solo che finisse. Che passasse. Vorrei solo essere già al di là.
Chiaro quindi che i 10mila a Ladispoli sono km corsi con un piede in due scarpe, gareggiando qui ma pensando ad altro. Riduttivo purtroppo relegare la Correndo nei giardini come un mero test. Ma per moltissimi è così. Un check up prima del grande salto anche se la giornata meriterebbe di più. Ma c'è poco da fare. Quando uno passa mesi con un obbiettivo scritto in fondo ad una tabella, l'obbiettivo è tutto ciò che rimane. Non c'è spazio per niente'altro se non per la nostra stessa ansia che sale. Ce la farò? Sarò all'altezza? A volte tutto sembra congiurare e tutto sembra precipitare un attimo prima del momento atteso. Dolori, infortuni, febbri. Con una analisi psicologia da pacchetto di patatine si liquida il tutto  con una definizione: '' strizza ''. E' la paura. Il  nervosismo. Come se il nostro corpo ci offrisse un'alternativa. Una via di scampo da quello che a volte ci auto-infliggiamo. Troppa tensione e carica a mille e rischiamo alla fine di arrivare scarichi come palloncini mosci della festa della sera prima. Sarà così o no questo non ci è dato di sapere. Ma la Maratona, anche se la GARA, in fondo non è altro che UNA gara...un bel viaggio a cui vale la pena di partecipare.Una festa, un evento. Non dobbiamo rimane vittima delle prestazioni o delle aspettative. Le nostre prima di quelle altrui. Ma dobbiamo avere il coraggio di provare. Di fare quel primo passo e saltare giù. Come un giro sulla giostra che da sotto fa paura, in volo toglie il fiato ma quando finisce, con il cuore ancora a mille e le guance rosse d'emozioni, ti viene solo da pensare: Lo rifacciamo?
Ma dov'è il mare che non lo vedo? C'è, c'è. E' solo un po' più in là. Dietro quella curva...corro e penso ad altro. A domenica. La partenza. Il lungo Tevere. Il fiume infinito di gente.
Corro e sento la fatica, i dolori... mi metto le mani sui fianchi. Scuoto la testa.
Ma domenica è qui. Si avvicina. Ci viene in contro col passo sciolto del Keniano campione. Saremo pronti?
Lo scopriremo presto, troppo presto mi dico.
Ma lì. Fermi in attesa tremanti ,con il numero appiccato proprio sopra il cuore, sarà tutta un'altra storia.   
Correrò forse...e intanto cercherò il mare.

mercoledì 19 marzo 2014

Gone with the wind

...e un bel giorno dire "basta!" e andare via.... cantava Luigi Tenco.


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Forte questa storia del blog! Forte questo "me la canto e me la suono". Poco democratico forse, ma molto gratificante... da certi punti di vista. In fondo non sempre ci interessa l'opinione degli altri. Ogni tanto ci va di sentire solo una campana, un "don" senza il "din". Essere reazione senza azione, la conseguenza quindi... e poi mi piace il dire e non dire, il dubbio che nasce nelle menti di chi legge. I voli pindarici che portano a pensare, a credere che dietro ad ogni cosa ci sia qualcosa. Invece no, spesso è tutto nero su bianco, chiaro. 
Il prossimo è importante!! Non credo a chi dice troppo spesso il contrario. Del prossimo non m'interessa!!? Tuonano tracotanti, ma non è così! Ci piace piacere, amiamo il riconoscimento, essere cercati. Gratificare il nostro ego è spesso fonte d'ispirazione. Altrimenti non sarebbe necessario il superfluo, però.... certe volte... il "francamente me ne infischio" sbattuto in faccia al nostro dirimpettaio, in perfetto stile Rhett Butler con la malcapitata Rossella O'Hara, è terapeutico. La platea sarà sempre presente nella nostra vita, quella è importante. Lo spettatore no, anche se compone la platea ci sarà sempre qualcuno a prendere il suo posto. Giungerà discreto davanti al nostro palcoscenico, farà un po' di rumore e poi sparirà... andato via... col vento.

...ciao amore, ciao amore, ciao amore... ciao.

martedì 18 marzo 2014

Il coraggio dei polmoni

"Amo correre, è una cosa che puoi fare contando sulle tue forze. Sui tuoi piedi e sul coraggio dei tuoi polmoni"

Jesse Owens

Vacanze Romane

Edouard Leon Cortes
Ho sempre apprezzato correre lungo la pista ciclabile che costeggia il Tevere, soprattutto nelle prime ore del pomeriggio. Mi piace il senso di calore che da, il sole che batte sul viso o sulla schiena, che si riflette sull'acqua, il passaggio rumoroso dei vogatori sul fiume, i barconi appollaiati sulla riva. Mi sembra tutto facente parte di un quadro. Una di quelle tele con cornice dorata che usavano nei salotti le nostre mamme e che raffiguravano scenari parigini sommersi dalla pioggia. Come se potessimo noi offrire una versione soleggiata e meno cupa dei dipinti d'oltralpe. Trovo davvero piacevole uscire dalle zone d'ombra e sbattere sul riverbero della luce. La cadenza martellante dei passi sull'asfalto inclinato. M'incuriosisce vedere l'andirivieni dei mezzi busti che fanno "capoccella" da sopra i ponti nella zona di San Pietro. Mi chiedo dove vanno, ma soprattutto da dove vengono e quanti occhi stanno guardando. In questo scenario, che considero come una buca dentro Roma, un luogo che l'uomo non è riuscito a valorizzare, solo perché non sfruttabile a pieno per via delle piene, ci sono loro, i signori incontrastati del fiume, i gabbiani.
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Serial killer del cielo, branchi di folli volatili dagli sguardi assassini. Sempre lì, in gruppo, nello stesso punto, ti guardano passare e ti osservano con sguardi sinistri con una leggerissima rotazione del collo osservano da dove arrivi e dove stai andando. In mezzo a loro c'è sempre quello che apre le ali e fa la voce grossa, il capo, "er più". I piccioni si guardano bene dal farsi vedere. Ormai piazza San Pietro non è più il loro territorio. Sono mutazioni e mutamenti, gabbiani con sindromi domestiche che quasi si fanno accarezzare dai passanti. Dov'è finita la paura per l'essere umano?? Non c'è più. Esiste ora il contrario, quel brivido lungo la schiena che ti fa buttare un occhio su questi "teppisti" per evitare aggressioni alle spalle. Puntuali a pranzo al Ristorante Da Malagrotta o su qualche altra miseria umana accatastata lungo le strade. Nidificano sui tetti dei monumenti capitoli e si godono la Dolce Vita e la Grande Bellezza. A loro, i piccioni, non rimane che fare le valigie e trasferirsi al mare, per i prossimi anni i Gabbiani faranno vacanze romane. 


Joe Bradley e la principessa Anna

lunedì 17 marzo 2014

Sogni

emcafoto.com
I sogni spesso sono destinati a infrangersi contro la realtà. Ma sono quelli più
semplici i più dolorosi, perché ci appaiono così personali, così ragionevoli, così raggiungibili. Ti sembra sempre di essere a un passo dal poterli toccare con la mano, ma mai abbastanza vicino da afferrarli, e questo basta a spezzarti il cuore.

Nicholas Sparks

"33^ Correndo nei Giardini" di Adrix

Foto Adrix
Qui a Roma la primavera è arrivata da due o tre giorni, ma noi pensavamo di averlo compreso, forse con qualche indecisione, ma... stamattina Max Cave ci indica su FB la via per averne la certezza; mentre preparo le ultime cose prima di scendere sotto casa in attesa di Robertino e Vincenzo di CAT Sport, lui, Max, con le sue previsioni scientifiche copre la penisola con letture del futuro ineccepibili e puntuali. Snocciola temperature che spaziano in lungo ed in largo tutto l'italico territorio. Dopo la maiuscola prestazione della RomaOstia, partiamo per la località del litorale romano con un po' di rammarico per la sua assenza, però la sua corsa verso la Maratona di Roma non prevedeva questa tappa e quindi oggi il trio Max, Roby ed Adrix si dissolve e vediamo se il giovane Vincenzo sarà all'altezza del nostro eroe della scorsa domenica.
Arrivati nella località balneare romana, troviamo veramente tantissimi runners che si affrettano nei preparativi della gara. La cittadina (anzi, dal 2011 elevata alla dignità di città) è piena di curiosi per i circa 1500 “cavalli scossi” che si daranno battaglia a chi galoppa più velocemente per le sue strade. Veramente innumerevoli gli amici nella calda mattinata, ma oggi menzione speciale a Roberto Castoro che improvvidamente, forse non avendo letto le previsioni date dal grande Max, si è vestito come per correre la “Maratona dei 1000 ghiacci” (esiste?), e ci mette caldo solo a vederlo; noi podisti della domenica siamo tutti in svolazzini e canotta e già alle 9:30 della mattina, sgoccioliamo sudore mentre ci scaldiamo a ritmo blando, mentre lui in una sorta di scafandro da astronauta-runner incede a proprio agio con pantalone lungo felpato, booster polpacciati e canotta sopra una termica a maniche lunghe; al nostro invito a scoprirsi, ostenta sicurezza nella gestione delle elevatissime temperature che sicuramente gli si sprigioneranno addosso nel corso della gara.
Robertino si posiziona nella griglia dei top, io ho scordato di chiedere un pettorale basso e mi posizione come posso, il più avanti possibile.
Scende il silenzio per un minuto, il tempo per ricordare la prematura e recentissima scomparsa di Fabrizio nelle fasi di arrivo della gara della scorsa settimana; a parte qualche eccezione, la LBM correrà in coda alla corsa con il lutto esposto... ogni commento è superfluo e non colma il dispiacere per quanto avvenuto.
Via! I piani del coach sono di correre a 3'50”, cercando di fare un po' di corsa tranquilla per primi km, per correre un ottimo finale. Facile parlare, poi bisogna correre. Si va verso la cittadina per fare un biscotto da 2,4 km e ripassare sotto l'arco e procedere verso sud-est nel comprensorio chic di Marina di San Nicola. Cerco di frenare, economizzare, trattenermi, ma sono preda del solito errore: 3'44” e 3'50” i primi due parziali. Inizio a vedere Robertino da lontano, ma per ora non cerco di raggiungerlo, sarebbe uno sforzo non gestibile. 
Correndo nei Giardini - Foto Web
Al km 2,400 si entra nel Bosco di Palo Laziale: corriamo su sterrato facile, io indosso le leggere Brooks T7 che mostrano qualche intolleranza nei confronti di questo tipo di fondo, ma è poca roba. Inizio a fare fatica praticamente da subito, cioè dal passaggio di ritorno sotto l'arco: siamo al km 2,400. Va male! Sarei dovuto passare al 5000 in serenità per stare psicologicamente tranquillo di correre una buona gara ed invece oggi non è così. Dal km 3 circa inizio a rivedere Robertino ad una ottantina di metri e piano piano lo recupero, ma mai riuscirò ad accostarlo.
Questo sterrato leggero dura circa 1,400 km; il terreno è ottimamente battuto ed in sabbia calcare chiara e senza radici rilevanti, ma io sono psicologicamente infastidito da questo fondo. Aspettavo una gara pianeggiante e ben lastricata: la prima caratteristica è già venuta meno e per la seconda bisognerà attendere solo qualche altro minuto.
I parziali non sono all'altezza delle mie aspettative, ma ancora sono accettabili, il terzo viene via a 3'57” ed il quarto a 3'55”, ma già soffro discretamente. Siamo di nuovo su asfalto, km 3,800: faccio fatica a rimanere in coda ad un gruppetto di indemoniati con a capo Robertino e con due runners newyorkesi ed un'altra decina di persone, fra cui una giovane podista. Per due km sarò faticosamente alle loro spalle, mentre Roberto li tira senza che nessuno gli dia il cambio. In macchina, al ritorno, mi dirà che poco più avanti si è stufato di questo comportamento egoista degli altri e che si è fatto superare per evitare di fare il somaro per tutti e per tutta la gara.
A via Venere, km 6, inizia la salita ed i miei tempi collassano: c'è uno strappetto di 600 metri e poi una discesella ed io riesco a mantenere il parziale di questo km a 3'56”, ma i successivi tre delineano la difficoltà che attraverso: 4'07”, 4'01” e 4'08”.
I parziali che leggo sul GPS mi rendono aggressivo: sono stizzito ed avrei voglia di mollare tutto, ma siccome in questo sport non bisogna mollare un centimetro, dopo un rapidissimo conto che mi dice esistere la certezza che il mio personale oggi non verrà battuto, faccio mente locale e mi dico che devo chiudere dignitosamente. Ripercorro mentalmente i consigli di Orlando: usare i piedi come se fossero vivi e non due monconi, braccia aderenti al corpo, mascella e mani de contratte. Per la stanchezza ci pensiamo dopo l'arrivo.
L'ultimo mille è tutta un'altra storia: spingo dal primo all'ultimo metro con decisione e non mollo nulla e nulla regalo a nessuno: chi vuole mettermi una scarpetta dieci centimetri davanti alla mia se lo deve guadagnare; incedo in modo rabbioso ansimando come un mantice, ma senza scoppiare o dare segni di cedimento: sono incattivito dalla brutta prestazione dei tre precedenti parziali; anche quando sento il rumore degli altri che mi corrono dietro non cedo; non serve voltarsi per sapere che non mi supereranno, anzi, non ho alcuna intenzione di farlo per non concedere vantaggi. Viaggiamo tutti belli allegri e riesco a superare giusto tre colleghi di volata e non negli ultimi duecento ma fra i seicento ed i quattrocento dall'arrivo: 3'48”, 3'40”, 3'35” e 3'27” è l'ultimo picco prima del tappeto e dell'arco: ultimo chiuso a 3'50”. Speravo qualche cosa di meglio, ma ho dato tutto, quindi va bene così.
Con i vicini d'arrivo ci scambiamo pacche sulle spalle e sincere strette di mano: gesti sportivi bellissimi ed emozionanti che indicano tutta la dignità e l'onore dello sforzo fatto, anche si si lotta a chi è meno pippa, visto che il 39'23” è ancora un tempo molto alto e che mi colloca solo 14 in categoria su 219 e 105 assoluto su 1358 arrivati.
Spettacolare dopo gara di sole. Maestro Dilar e Robertino hanno battuto il loro PB: complimenti. Ritiro il premio vinto: dopobarba di quarta categoria e deodorante marca Figaro (?!!). Menzione speciale per AndreaC76 che torna correre dopo l'infortunio: ottimo!
Ritorno fra mille risate con Vincenzo che ha fatto ench'egli una buona prestazione per i suoi standard con un crono prossimo ai 45'.
Alla prossima garetta. Olè!

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Che numeri!!

Leggendo certi numeri rimango felicemente impressionato. Scopro ingenuamente che Roma è più “appetibile” di quanto immaginassi, solo il fatto che quasi la metà dei partecipanti (19.000 iscritti), provenga da un paese aldilà delle Alpi mi inorgoglisce. Gli uomini sono 15.344 e le donne 3.717.
La maratona di Roma non conosce confini:  i podisti francesi sono al primo posto con 1534 iscritti, seguiti dagli inglesi con 846 e dai tedeschi con altri 715. Dagli Stati Uniti giungeranno 624 runners e tenendo in considerazione la distanza possiamo dire obiettivamente che si tratta di un bel gruppetto di eroi.
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Ottima affluenza anche di spagnoli e polacchi, ma il numero che più mi fa meravigliare è quello degli argentini… 94!!! Cavolo, l’Argentina è davvero lontana. 
Per me e altre 3325 persone sarà la prima volta, poi ci sono i 48 Senatori che hanno corso tutte le edizioni della Maratona romana.
In conclusione, una maratona è composta da un’infinita combinazione di numeri, partecipanti, chilometri, curiosità e notizie. Al momento i numeri che m’interessano di più, per coprire i 42195 metri, sono 6 giorni 13 minuti e 34 secondi, 33, 32, 31…

L'infortunio è il miglior insegnante di Fhania

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 "Nel runner c’è una sostanziale coincidenza tra il piacere e la sofferenza. La sensazione di libertà della corsa è spesso indistinguibile dal momento in cui il corpo è impegnato nello sforzo. Sbaglia chi, in maniera sbrigativa, liquida tutto questo come masochistico. C’è chi ha scritto che la corsa di resistenza è quanto di più vicino esista nella cultura occidentale ad un’arte marziale. Non so se l’affermazione è corretta ma certamente ha un fondo di verità perché nella corsa c’è una dimensione spirituale che tutti noi runners abbiamo presente. Quell'intima ricongiunzione con la propria essenza in cui non si sa più cosa è cuore e cosa è testa..." fonte Run For Love


Il fatto della testa e del cuore. Dal mio infortunio ho imparato molto. L'infortunio è senz'altro il più grande insegnante, questo l'ho provato e pagato sulla mia pelle. Arrivare a saper usare entrambi nella corsa è importante e non è cosa facile. Come per tutto il resto, nella mia vita, ho iniziato a correre con il cuore, buttandoci anima e corpo. Nella corsa ho trovato una dimensione tutta mia, mi ha fatto conoscere una parte di me che fino ad ora non conoscevo, ha dato ulteriore colore, calore e un pizzico di competitività, quanto basta a tirar fuori la caparbietà che è in me. Perché, parliamoci chiaro, si inizia a correre si, per il solo gusto di farlo, ma poco dopo diventa parte integrante della vita e si inizia ad avere voglia di mettersi in gioco e provare a superare i propri limiti. Ma li conoscevo davvero i miei limiti? No, penso proprio che si arrivi veramente a conoscerli solo nel momento in cui si prova a superare una certa "soglia"; i limiti diventano il mordente per fare sempre meglio, ma alle volte puoi spingerti oltre e non far bene. Questo è dove mi ha condotto il cuore... E la testa? Pensavo di avercela messa, ce l'ho e la uso, è lì sopra le mie spalle, eppure ho sbagliato. Ho spinto oltre il mio fisico, gli ho forse chiesto troppo. Come in amore, per quanto cuore puoi metterci la testa deve fare il suo lavoro... così nella corsa, mai l'uno senza l'altro. Testa e cuore insieme sono importanti quanto lo sono fiato e gambe. Ora lo so per certo. 

sabato 15 marzo 2014

Dubbi, perplessità e momenti di minor serenità

Ansia da prestazione.... e non solo a letto. Attanaglia molti maschi italiani, ma oggi grazie a un sms scopro che anche le donne ne sono soggette. Forse sarà una sorta di pulizia della coscienza in vista di uno sforzo ampio come può essere la maratona. Magari s'ipotizza una dipartita, o qual dir si voglia disfatta, tale da pensare a una sorta di ultime parole da esalare sul capezzale. Non esageriamo. In fondo è solo sport. Si tratta invece di persone e non di scarpe vecchie,  questo è il problema. Tempo fa mi meravigliavo sul perché qualcuno privasse una persona "cara" del saluto, oggi capisco perché e devo cospargermi il capo di cenere in segno di penitenza avendo considerato male il protagonista di questo sgarbo. Oggi comprendo. Oggi sono con lui. Quindi questa soddisfazione non la voglio concedere. Siamo adulti e comportiamoci di conseguenza, potrei capire un bambino, anagraficamente parlando. E poi voglio dirla tutta, non sono buono, non mi piace il perdono, il perdono è qualcosa di divino e io non lo sono. Nella vita ci sono parenti, amici e conoscenti.... i conoscenti sono come la strada, ogni tanto ci passi sopra e poi tiri avanti.
Non m'interessa capire.
Collericamente Vostro.

giovedì 13 marzo 2014

Perché corri?

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"Non lo so più!" 
Correre adesso è molto diverso rispetto a prima. Prima c'era la voglia di correre che usciva dalla pelle, la voglia di affogare nel sudore, di sentire fatica, di fare indigestione di endorfine. Oggi ci sono le gare e i sottomultipli delle gare, composti da tabelle, che a loro volta racchiudono in sé ripetute, lunghi, medi forti, insomma un vero e proprio lavoro. Il frutto di tutto ciò è il tempo in gara, altrimenti diventerebbe un lavoro non retribuito. Devo dire che, almeno per quanto mi riguarda, il sapore ludico della corsa è un po' scemato nell'ultimo periodo. Correre significava percorrere quasi sempre lo stesso tragitto e vedere al termine se avevi migliorato anche un solo minuto, gioire per essere arrivato alla fatidica doppia cifra dei 10 km e chiedersi subito dopo dove si sarebbe potuto arrivare. Correre, significava andare a scegliere le prime scarpe adatte e non quelle da runner acquistate per un mero gusto estetico. Correre significava raddrizzare una giornata storta o lavarsi di dosso la fatica e lo stress del lavoro. Correre significava andare da Decathlon e finalmente identificarti con la corsia "running" senza girare invano tra gli espositori alla ricerca del proprio sport d'appartenenza. 
Mi guardo bene dal dire che non mi piace più correre, assolutamente, dico solo che ora è diverso, è diventato più "professionale", ho abbandonato lo smartphone per un Gps e soprattutto ho trovato lungo la mia strada i runners, quelli esperti, quelli che inizi a parlarci per dei consigli e poi te li trovi intorno ad un tavolo per una pizza e una birra, quelli che adesso li senti al telefono dieci volte al giorno e spesso parli di tutto tranne che di corsa, quelli che ora sono i tuoi amici, quelli che sembra che non puoi farne a meno.
Prima correvo in compagnia dei miei pensieri ed era gradevole, ora i miei pensieri corrono insieme ai pensieri degli altri ed è magnifico. Smettere di correre?! In questo momento mi sembra impensabile, ma ogni tanto mi pongo questa domanda, me la faccio con un retrogusto di paura, perché è qualcosa che non voglio, ora no. Per ora, davanti a me vedo migliaia di km da percorrere in giro per il mondo e quando dico il mondo... dico veramente il mondo. Perché corro? Non lo so, ho smesso di chiedermelo.


Pensieri e Parole

emcafoto.com
"Ogni volta che qualcuno raccoglie pensieri e sensazioni in parole è sempre qualcosa di speciale, di vero e di importante. Non importa quanto sia numeroso il mondo che ascolterà, rimane comunque un grande dono!" 
Christine.

"La forza della Mente" di Fulvia Grazioli

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Correre è la cosa più naturale di questo mondo, è un esigenza innata, l'uomo corre se ha necessità di liberarsi, di raggiungere qualcosa o qualcuno, o per scappare da un pericolo, ma non è la cosa più semplice. Per correre bene è necessaria concentrazione, si corre spingendo in avanti con l'avampiede, c'è un istante in cui si vola.....al termine di quella, che in gergo tecnico si chiama rullata, l' atterraggio deve essere accompagnato, non bisogna sbattere i piedi. Le regole sono leggerezza forza, resistenza nelle gambe. Si corre con tutto il corpo, le braccia aiutano a dare il ritmo. La respirazione deve essere impegnata ma non affannata. Quando si corre, e si riesce ad avere il ritmo di respirazione giusto è meraviglioso, allora si entra nel flusso, o meglio, si spezza il fiato e andresti così macinando km all'infinito. La mente è fondamentale, perché è lì che si cede, magari anche se muscolarmente ce la puoi fare, la mente ti incita ad abbandonare. In ogni corsa dai 10 km in su ci sono i momenti di caduta in cui verrebbe istintivo di mollare, la determinazione ti aiuta a non farlo, quindi la corsa non è solo una questione di prestanza fisica. I maratoneti hanno il loro momento critico verso il trentesimo chilometro, lì la mente ti fa superare i limiti fisici di stanchezza e dolore. La cosa che più mi affascina è proprio l'aspetto mentale, la forza, la determinazione, la volontà, i maratoneti sono le persone che in assoluto ammiro di più. In teoria ho tutte le informazioni necessarie, nella pratica, non è che correre mi riesca così bene.

mercoledì 12 marzo 2014

Fuori Tema



Maratonando

.....ma il rosa serve ad addolcire i km da fare??!

Hidratazione

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Idratiamoci.... e non solo la pelle. In questo caso non parliamo delle creme di bellezza così care alle ragazze e anche a tanti ragazzi ultimamente; mi domando poi cosa ci sarà di così drammatico in una ruga, sono come le corna, tutti le abbiamo, la differenza sta nel saperle portare. 
Parliamo invece dell'idratazione del nostro organismo, tutto. In fondo ci stiamo preparando in tanti per uno sforzo importante. 42195 metri sono veramente un'infinità di gocce di sudore da gettare a terra, una montagna d'acqua che ci farà avere sete. Quindi sarebbe meglio arrivare preparati al grande appuntamento. Dal mio canto, in qualità di massimo INesperto del settore, seguo i consigli di un esperto. Frutta e verdura cotta a iosa, finocchi e carote crude come se piovesse, arance e kiwi a bizzeffe, insalate, insalatine e insalatone. Acqua a catinelle condita con sali minerali. Ogni tanto una birra, in fondo non è altro che un carboidrato liquido, detta così suona talmente innocente che ci toglie il senso di colpa. Insomma sto diventando un pesce fuor d'acqua, la mia più grande preoccupazione ora è che mi escano fuori le branchie. 

martedì 11 marzo 2014

Si corre...

La grande differenza
S. Zanolli
"Si corre quando si può perché a volte non puoi più.
Si corre perché oggi si e domani forse.
Si corre perché non sappiamo né quando né come.
Si corre perché da allenati si può anche andare piano ma non viceversa.
Si corre per non dovere avere il rammarico di dire che non avevi almeno provato.
Si corre perché prima o poi dovrai rallentare, se non per te, per amore di qualcun altro.
Si corre perché quando il cuore chiama ci si deve fermare.
Quanto tempo c’è?
Troppo poco se stai alla finestra, troppo se spingi sul marciapiede."
Fonte: Rock Run Roll

Spifferi

Quando vedi dopo un lungo percorso,  in fondo al viale, l’obiettivo prefissato da mesi, diventi irrimediabilmente ipocondriaco. Il terrore di ammalarti diventa un pensiero costante. Paura. Paura di qualsiasi  inconveniente che possa farti saltare la gara. Vorresti vivere negli ultimi 10 giorni all'interno di una camera iperbarica, lontano da germi e bacilli. In ufficio, il collega sovrappeso, ricoperto di adipe mentre mordicchia goloso un panino grondante maionese, ti dice con aria candida… “posso aprire un po’ la finestra?? Oggi si muore di caldo”. In realtà all'esterno ci sono circa 2 gradi centigradi. Tu colpito sul “groppone” da uno spiffero d’aria equivalente ad una tromba d’aria dell’Oklahoma, vorresti urlargli in faccia che a più grasso addosso lui che una foca monaca e forse sarebbe il caso di prendere provvedimenti in merito.  
Poi la sera arrivi a casa e trovi tua moglie…. o tuo marito, o semplicemente la persona che divide le spese con te,  che ti abbraccia e ti chiede com'è andata. Subito dopo li senti, rapidi e rumorosi, uno, due o anche più marmocchi che arrivano a tutta birra urlando papà!!! (o mamma… fate voi). Beh è un momento magico, questi  piccoli untori, portatori sani di batteri e affini che non curanti ti saltano meravigliosamente al collo con nasi gocciolanti, ti baciano sul viso tra un colpo di tosse e l’altro e senti di non poterne fare a meno. Rassegnato all'inevitabile, fai comparire nella tua dieta la cara vecchia aspirina “C” effervescente, la vedi svanire nell'acqua e ti domandi.... ma servirà veramente a qualcosa??! 

L'arte di Correre

Proprio nello sforzo enorme e coraggioso di vincere la fatica riusciamo a provare, almeno per un istante, la sensazione autentica di vivere. Raggiungiamo la consapevolezza che la qualità del vivere non si trova in valori misurabili in voti, numeri e gradi, ma è insita nell'azione stessa, vi scorre dentro.

lunedì 10 marzo 2014

L'angolo del Mercatino

Silvia scrive...


Eccole....
Brooks 6 Ghost 
Numero 37.5 solo 45 km (purtroppo non è sbocciato l'amore)
Spero di trovargli un'altra casa, altrimenti ci vado al Giesse
Prezzo 50 Euro (Vero affare!!!)



Se siete interessati scrivete a runisnow@gmail.com

Fuori Tema

Il monologo sul funerale è genio.
Fellini è morto, la dolce vita pure…. e forse l’Italia con loro.
Il seno della Ferilli e le gambe della Ferrari.
Le caricature umane dell’inizio del film e la scelta dei "marchettari" nella scena delle feste.
Suoni, musiche e Immagini.
Poltrone di vimini, Colosseo e vita da turisti.
La pista ciclabile e villa Pamphili di notte.
Trenini &.... trenini.
Cinismo e depressione, tristezza e malinconia.
8/9/1970.
Storie di ricchi annoiati, i poveri le storie non se le possono permettere o forse è la noia che non possono permettersi.
Venditti finirà mai di amare Simona Izzo?
Dopo un’ora di film mi sono chiesto quando sarebbe iniziato il film…. e poi è iniziato.
Preti, ma soprattutto.... Suore?
Roma.

Ci piace! (Rigorosamente in terza persona).

"La Grande Bellezza"

"Correre in rosa" di Fhania


Ho pensato che un video fosse il miglior modo per raccontare questa storia.
Un video che racchiude espressioni, sorrisi, gioie e dolori. Donne che hanno un unico sogno in comune. A dimostrazione del fatto che se vuoi... puoi. Di sicuro la strada per realizzare il sogno è lunga e senz'altro piena di fatica, ma che soddisfazione arrivare fino in fondo!



Dedicato a chi non smette mai di crederci, qualunque sia l'obiettivo da raggiungere.
Buona visione!


"Le donne forti hanno una speciale luce nello sguardo, e la puoi riconoscere dall’effetto che fa su chi le incontra." S. Littleword

Aspettando la Maratona

Foto Web
Due settimane. Questo è il lasso di tempo che mi separa dalla maratona di Roma. Ieri ultimi 26 km. Ultimo lungo. Nuovamente si naviga a vista. Ho maggiori consapevolezze rispetto al passato, nonostante Valencia mi abbia regalato una cocente delusione (esperienza eccezionale sia ben chiaro).
Ora inizia lo “scarico”, ora bisogna far respirare fisico e mente. Proprio quest’ultima è quella che maggiormente arriva stanca, almeno in questo momento, non tanto il fisico. Fisicamente mi sento bene. La testa invece è affaticata. Fiacca di esasperare qualcosa di così bello.
Mi rimangono sei uscite, quattro in questa settimana e due nella prossima, dopo di che sarà… maratona. Ci saranno molti compagni di squadra, molti amici, però certe insicurezze rimangono. I discorsi sono sempre quelli, si parla del passo da tenere in gara, dell’alimentazione, dell’idratazione. Ormai non si può sperimentare più niente, l’improvvisazione deve essere bandita. Sono stato un finisher, ma non mi sento tale. Tanti amici proveranno per la prima volta, spero per loro che vada tutto bene, qui e là leggo un po’ di sfrontatezza e di sana  inconsapevolezza. Qualcuno avrà un conto salato da pagare a qualcun altro filerà tutto liscio come l’olio. Dopo il traguardo la maggior parte di noi penserà “mai più!”, dopo mezz'ora ci mangeremo le mani al pensiero di voler tornare indietro nel tempo per migliorare certe cose. Non vi abbattete sé e quando arriverà lo sconforto. La fatica si farà sentire, ma non abbiate paura di affrontarla. Ricordate... la maratona è una corsa di 10 km, con 32 km di riscaldamento.
Mi domando se l’imprevisto arriverà, ovviamente spero di no, ma nel caso, mi auguro di saperlo affrontare. Per il momento guardo in cima alla salita e vedo questo mostro chiamato maratona, mi domando se sarà con me o contro di me, comunque  gli corro incontro.

In bocca al lupo.

L'arte di Correre

Per fortuna la capacità di concentrazione e la perseveranza, al contrario del talento, con l'allenamento si possono acquisire e coltivare, anche potenziare. Si svilupperanno naturalmente esercitandosi ogni giorno a stare seduti alla scrivania e a focalizzare la propria attenzione su un punto... questo processo è simile all'allenamento muscolare. Bisogna inviare di continuo al nostro organismo, e farglielo assimilare bene, il messaggio che ci è necessario scrivere senza interruzioni, lavorare concentrandoci giorno dopo giorno. Poi gradualmente spostare il limite più in là. Aumentare a poco a poco, in modo quasi impercettibile la quantità. E' sempre lo stesso processo, che si tratti di scrivere o di irrobustire i muscoli e trasformare il nostro corpo correndo quotidianamente. Stimolarsi e perseverare. Stimolarsi e perseverare. E' ovvio che occorre molta pazienza. Ma si tratta solo e semplicemente di questo.

venerdì 7 marzo 2014

L'angolo del Mercatino

Inauguriamo un nuovo spazio di questo blog, nella speranza di dare e darci una mano.

Giancarlo scrive....
"Sin da subito, tra di noi, non c'è stato feeling anche perché sento che mi stanno leggermente larghe. Ora queste scarpe mis. 44.5, con soli 20 km di rodaggio, cercano un nuovo padrone....il loro prezzo è di 80 euro (a negozio, scontate, vengono vendute a 132,00 euro)"
Si tratta di un paio di Mizuno Wave Enigma 3







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vendute!!!
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