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martedì 27 ottobre 2015

"Maratona di Venezia... forse come runner devo ancora crescere.." di Laura Cotta Ramosino



Una maratona che è entrata nel programma annuale perché qualcuno (il solito Giancarlo De Lucia, già ispiratore dell’insana ma fortunata accoppiata Maratona di Roma + Maratona di Parigi a primavera) ha detto che insomma, era la maratona del trentennale, quando ricapita… Una maratona che si poteva giustificare (essendo la quarta dell’anno con Valencia a tre settimane a completare la cinquina) dicendo che la facevamo come un lungo, seria fino al 36 e poi si vede…
Una maratona a cui per motivi diversi io e Luisa siamo arrivate piuttosto stanche (lei da più di un mese sta su un set televisivo in Toscana, cosa che rende molto difficile fare allenamenti regolari, io ho problemi di insonnia) ma con la voglia di provarci e di divertirci…
Una maratona che volevamo fare un po’ in sordina e poi insomma lo sapevano tutti che ci andavamo quindi ovviamente c’erano pure le aspettative con cui fare i conti.
Per fortuna che la gita era resa più allegra dalla compagnia di tante facce note: oltre a Giancarlo, tra gli amatori Paolo, Marco, Alessandro, Massimiliano, Federico, Alberto, Piero, e altre facce scoperte lungo il percorso, Patrizia e Sandra, per finire con il presidente in persona, Sandro. Ma non soltanto loro, anche il Secco con cugino, e Roberta e il suo magico gruppo di pazzi ultramaratoneti.
Il sabato si parte abbastanza presto, si arriva in albergo e si scopre che la maratona al venticinquesimo chilometro possa a cento metri da lì e si comincia già a fantasticare di come si starà domani a quell’ora proprio lì…
Nel pomeriggio ritiro pettorali e incontri vari al Marathon Village (dove ovviamente c’ è anche l’occasione di raccogliere i volantini di altre gare interessanti in giro per l’Italia), la sera cena con carico carboidrati e diciamo che era per preoccupazioni strettamente agonistiche che mi sono subito lamentata delle dimensioni del mio piatto di pasta e che per non rischiare mi sono mangiata pure due fette di pizza fuori programma… per non parlare della crostata post cena. L’abbiamo infornata il venerdì sera, ormai è una tradizione che ci siamo sentite di condividere con il gruppo appena prima di andare a nanna.
Per una volta, la prima volta, complice anche il cambio dell’ora solare, mi sono fatta una notte di sonno abbastanza corposa (non ci speravo, con l’insonnia ansiosa il pregara non poteva che peggiorare) così la mattina dopo la sveglia alle 6 mi è sembrata quasi lussuosa. Colazione e via tutti insieme ai bus per Stra. Il punto di partenza si raggiunge abbastanza presto ed è spettacolare, lungo la riva del Brenta e davanti a Villa Pisani. L’aria è frizzantina ma non fredda, siamo indecise a lungo se tenere una maglia sotto la canotta sociale, ma alla fine decidiamo per il sì e per fortuna il tempo ci sarà favorevole, con qualche nuvola verso fine gara a tenere la temperatura su un buon livello.
Con Roberta decidiamo di partire insieme e tenere il ritmo di 5 30” che io e Luisa ci siamo date come obiettivo per la maratona, quella vera, ci diciamo, quella di Valencia…  l’importante è tenerlo fino al km 36 (sarà il nostro lunghissimo) e poi si vedrà…
Cosa si diceva dei buoni propositi? Che ne è lastricata la strada dell’inferno… E così io e Luisa, quando finalmente arriva il momento di superare la linea di partenza (ricordatevi questo momento, perchè più avanti avrà una certa importanza…) scattiamo subito con qualche sorpasso un po’ azzardato e nel giro di un chilometro ci perdiamo Roberta nella folla che all’inizio è piuttosto folta.
E ovviamente nonostante tutte le raccomandazioni reciproche iniziamo subito a inanellare una serie di chilometri ben sotto la media prefissata, anche se, ci diciamo, visto che il chilometraggio ufficiale è un po’ più stretto del nostro, forse va bene anche così. Per quasi venti chilometri si procede così, attraverso paesini molto amichevoli, pieni di bande, sbandieratori e gente che saluta allegra anche se gli ingombriamo la strada principale. Oggi siamo vestite quasi uguali e così il saluto alle gemelle ci raggiunge più spesso del solito. La strada è incredibile, il passaggio, visto la mattina dal finestrino del bus, ci si ripresenta ora in tutta la sua bellezza a una velocità adatta ad apprezzare ville, giardini, chiesette e rive boscose, nel fiume nuotano anche i cigni e il clima bucolico incoraggia alla chiacchiera.
Roberta, con una determinazione incredibile, ci insegue per quasi venti chilometri e ci raggiunge poco prima della mezza maratona. Insieme ci facciamo i successivi dieci chilometri alternativamente tirandoci e frenandoci per mantenere il ritmo prefissato quando la fatica inizia a farsi sentire e qualche volta la reazione è accelerare invece di tenere come suggerisce la testa.
A complicare le cose ci sono un paio di ponti e di salite, niente di drammatico, ma le gambe abituate al lungo piatto della riva del Brenta le sentono comunque e dopo i 30 portati a termine nel tempo previsto lasciamo di nuovo indietro Roberta e ci incamminiamo nei dieci chilometri più duri, quelli da fare “con la testa” e che comprendono quasi cinque di ponte attraverso il mare verso Venezia. Qui la fatica si fa veramente sentire, soprattutto per Luisa che paga gli allenamenti fatti a metà nell’ultimo mese. Cerchiamo comunque di stare insieme abbassando un po’ il ritmo, ma cercando di non mollare. Io al 32 km riesco pure a far spegnere il garmin per pochi secondi (segnamoci anche questo, fidatevi, che avrà la sua importanza…) così il conteggio riparte da zero per fortuna su una cifra molto chiara, da lì in poi sarà come fare una gara da dieci un po’ particolare…
E alla fine la riva di Venezia arriva al km 37 (ma a questo punto tra il nostro conteggio e quello ufficiale ci sono quattrocento metri di differenza e bisogna tenerne conto in vista del tempo finale) anche  se è ancora la periferia dove partono i traghetti, non propriamente affascinante.
Qui Luisa comincia davvero a faticare, le forze sono allo stremo e allora decidiamo di concederci qualche metro di camminata a ogni chilometro completato. Riusciamo in questo modo comunque a tenerci entro i 6 minuti a chilometro e a me, anche se ho un po’ di energia in più, non dispiace restare con lei per farla ripartire, come tante altre volte lei ha fatto con me in altre gare.  Poi, superato il 39°, è Luisa a dirmi di andare e io cerco di rimettermi al ritmo che  a sorpresa c’è.
Il percorso aiuta, sono iniziati i mitici e famigerati 14 ponti da superare, ma sarà l’esaltazione degli ultimi chilometri, o gli infiniti allenamenti sulla ciclabile con i 600 metri di salita di Monte Ciocci di “riscaldamento” (che sono diventati un oggetto di infinito umorismo nel nostro gruppetto di allenamento del mattino), io me li bevo superando un mucchio di gente che cammina (ne ho vista tanta tanta a questa maratona, anche tra persone che evidentemente puntavano a un risultato sotto le quattro ore, segno che forse questa gara è più ingannevole del previsto), fino ad arrivare al famoso ponte di barche che dopo punta Dogana attraversa il canal Grande e ci porta a Piazza San Marco, già oltre il quarantesimo chilometro.
Lì il percorso fa fare un piccolo biscotto, che in realtà è una bellissima passeggiata di fronte alla basilica, così posso verificare che Luisa continua a non mollare e in realtà non sta molto dietro di me.
Al quarantunesimo mi supera Sandro, lanciatissimo, non so nemmeno se senta le mie grida di incoraggiamento, e io decido che allora posso tirare un po’ anch’io e all’ultimo chilometro ce la metto tutta, supero ancora parecchia gente e alla discesa dall’ultimo ponte con meno di 200 metri davanti mi concedo anche un bell’allungo… il PB, sono sicura c’è… il cronometro generale dice 4 00’ 33” ma io sono partita ben dopo lo sparo dei Top Runner…
E dopo una quarantina di secondi ecco arrivare Luisa, anche lei, seppure di pochi secondi, sotto il suo tempo di San Pietroburgo, e visto il periodo è una gran bella soddisfazione…
E allora, tutto bene no? Non proprio perché quando curiosa vado a verificare il real time, arriva la sorpresa. Mentre tutti quanti, amici e compagni di squadra, hanno il loro bel tempo segnato correttamente il sito di TDS si ostina considerare il mio real time uguale al tempo di arrivo.
Improvvisamente è come se tutta la soddisfazione e la fatica che l’ha preceduta si trasformassero in rabbia. Mi sento defraudata (ed è pure la seconda volta, a San Pietroburgo il real time non c’era e quella volta mi avevano fregato 50 secondi, ma l’organizzazione lì, diciamolo, è molto più alla buona, senza nemmeno gli intermedi) e qualcosa mi monta dentro.
Sarà che è un periodo della mia vita in cui mi sembra che da nessuna parte io e le cose veniamo giudicati equamente, mentre la corsa è sempre stato per me il luogo dove nonostante tutto, invece, potevo misurarmi davvero con quello che valevo, dove la fatica e il sudore pagavano. Un posto, del cuore e della mente, dove una giustizia per quanto parziale esisteva. ..sarà…
Probabilmente, anzi sicuramente, è sbagliato caricare uno sport (o qualunque altra cosa nella vita) così tanto, quando forse bisognerebbe cercare di farsi valere un po’ di più dove serve.
E di sicuro, anche se domani farò la mia telefonatina a TDS per cercare di ottenere la correzione (e passare, magari, da 83° di categoria a un paio di posizioni prima, capirai…), questa reazione così esagerata (e che ancora adesso che scrivo un po' permane) mi ha insegnato quanto ancora ho da imparare come runner e anche un po’ come persona.
Quanto ancora deve passare perché io non faccia dipendere da una misurazione esterna (sia il giudizio degli altri o quello di un chip che non funziona come deve) il senso di quello che valgo e il giudizio di quello che sono capace di fare. Che è poi l’unico modo per godermi fino in fondo un’impresa come questa (tra prima e settima maratona nel giro di un anno e mezzo ho guadagnato quaranta minuti e mi sento di poter migliorare) e anche quelle che verranno, godendomele fino in fondo e non buttando via gli attimi, tanti, di bellezza e soddisfazione per due numeretti che non corrispondono.
Ma anche di saper affrontare quelle che riusciranno meno bene o non riusciranno affatto senza farmi abbattere e anzi ricavando dalle sconfitte o dalle vittorie a metà la forza per rimettermi in gioco.
Insomma, come runner ancora devo crescere (magari non di peso, che è meglio), ma questa tutto sommato non è una brutta notizia a 41 anni… vuol dire che sono ancora un po' bambina. 



P.S. La sera stessa della maratona, in pieno spirito battagliero ho scritto una mail a TDS chiedendo la verifica e la modifica del tempo, pronta a ingaggiare una battaglia senza quartiere a suon di telefonate di protesta ripetute…  E la mattina dopo mi hanno risposto, nel giro di 12 ore, gentilissimi e con la correzione già in corso. 3 h 57’ 08” alla fine…
Una tempesta in un bicchier d’acqua. Mi sa che devo proprio imparare la pazienza.

lunedì 15 dicembre 2014

"Salite, discese, amici e Limoni" di Laura Cotta Ramosino

Non chi sia stato per primo a parlarci della "maratona Coast to Coast", quasi certamente Anna. Quello che mi ricordo e' il misto di entusiasmo assoluto (per la bellezza della gara) e di timore reverenziale (per il percorso impegnativo) dei suoi discorsi che mi ha conquistato dal primo momento. Del resto la combinazione di sfida atletica, meta unica per bellezza e fascino gastronomico è diventata ormai un must delle trasferte Cotta Ramosino e questa sembrava la combinazione perfetta, con l'unico neo non proprio trascurabile che arrivava dopo due sole settimane dalla Maratona di Firenze. In pieno entusiasmo podistico da ripetute e per evitare di cambiare idea all'ultimo minuto, io e Luisa abbiamo buttato il cuore oltre l'ostacolo già un paio di mesi fa e abbiamo prenotato gara e soggiorno.
Fedeli al detto "molta brigata, vita beata", ovviamente abbiamo cercato subito adepti per l'impresa, operazione ormai non molto complicata visto l'entusiasmo  diffuso per le trasferte. Che abbia potuto più il limoncello e la pizza o la vista di Positano da in cima a una discesa non lo so, fatto sta che il gruppetto si è formato piuttosto velocemente. A compensare alcune forzate e dolorose assenze (prima Anna, da cui tutto era partito, e poi Simona, bloccata suo malgrado da infortunio) ci sono stati nuovi ingressi accanto ai veterani. Al nostro piccolo nucleo (oltre a me e Luisa, Alberto, Cami, Cristina, Monia e Daniela) si è unito il quartetto di Chiara, Roberta, Fabio e Massimiliano. Un bel contingente tanto che alla fine, tra presenti e amici "fantasma", i Ramarri erano una delle squadre più rappresentate alla Coast to Coast.
E così, sabato mattina, dopo il rituale appuntamento davanti Tornatora a Colli Portuensi (per la Cortina Dobbiaco aveva portato bene, e allora perché no?) siamo partiti all'avventura verso sud, prima autostrada, fino al golfo di Napoli e all'ombra del Vesuvio, e poi sulla strada della penisola Sorrentina, che ci accoglie con un misto di curve, saliscendi e paesaggi spettacolari che sono già il preannuncio di quello che verrà.
Dal pranzo del sabato si è capito che l'eventuale carico dei carboidrati non sarebbe stato un problema: il ristoratore e il cameriere campano ti vedono sempre come le nonne di una volta, patito, e tendenzialmente ti riempirebbe di qualunque cosa presente sul menù, dai fritti (buonissimi ma non proprio da dieta del podista), alla pizza e alla pasta in porzioni generosissime senza dimenticare l'alcolico.
A dispetto del nome, la Maratona Coast to Coast non è una maratona: oltretutto quest'anno gli originali 31,3 km erano ridotti di una lunghezza stimata attorno ai 3 km (ma mai dichiarata ufficialmente), causa mancata messa  in sicurezza dell'ultimo tratto di strada fino ad Amalfi. In ogni modo per lo meno fino a sabato sera, per ponderato calcolo, o almeno per un minimo di pudore, nonostante le molte tentazioni ci siamo doverosamente trattenuti dallo strafogarci del bendidio che abbondava su vetrine, bancarelle e menù.
Quale che fosse il numero dei chilometri previsti, con il diminuire delle ore e l'approssimarsi del via, l'altimetria della gara, più simile al tracciato dell’elettrocardiogramma di una prova sotto sforzo che alla descrizione di un percorso podistico (vedere per credere), gli avvertimenti di runner più allenati ed esperti, e anche un bel fastidio al ginocchio che mi accompagnava dal primo allenamento post maratona (ho scoperto poi di in essere l'unica che un po' incoscientemente aveva immolato disturbi vari, raffreddori, doloretti, a questa prova così affascinante) hanno cominciato a farmi credere che per una volta, forse, avevo davvero fatto il passo più lungo della gamba...
Chiara e compagnia, oltretutto, avevano avuto la bella idea di un giro a Positano, e così potevano testimoniare di prima mano che la salita c'era ed era bella tosta...Ma come si dice, una volta che sei in ballo devo ballare e la mattina, quando alle sei e mezzo del mattino ci siamo trovati davanti alla colazione a prevalere era la determinazione.
Lo stile del podista si riconosce un po' in tutto e già in questo momento fondamentale e' stato divertente riconoscere il marchio di fabbrica di ciascuno: la colazione brasiliana a base di prosciutto,formaggio e cornetto, quella prudente e sana di chi preferisce non strafare, e i caffè espressi a ripetizione di chi senza la dose minima di caffeina neppure riesce a uscire dall'albergo.
E alla fine la gara....
Io e Luisa avevamo un accordo di ferro con  Cristina, che complice una piccola delusione alla 30 del Mare si sentiva meno sicura: saremmo arrivate al traguardo (e su questo non si discuteva) e saremmo arrivate insieme, anche perché avevamo preso un impegno con un amico assente (Giovanni) che avrebbe viaggiato con noi, secondo chip sulla scarpa di Cristina. Un ottimo incentivo per arrivare in fondo in qualunque modo...
La gara parte presto, ma le necessità fisiche incombono, per cui ci troviamo a fare la fila alla toilette a dieci minuti dalla partenza, è il risultato è che è che mentre ci scapicolliamo con Cristina e Monia verso la partenza (riusciremo anche a farci cazziare dall'organizzazione, anche se poi il tempo ci sarà) io riesco a piantare un bel volo di faccia e sbucciarmi l'unico ginocchio sano....
Ed è finalmente il via, si parte tutti abbastanza guardinghi, si sa che fino al settimo chilometro sarà dura e non si vogliono sprecare le forse in inutili strappati, tanto più che il viale principale di Sorrento non è enorme, siamo in mille e tutti ammassati. A sorpresa i primi tre chilometri sono abbastanza tranquilli, un po' di lieve salita, anche una discesa, la gente che ti incita anche se gli blocchi la strada, non sarà che ci hanno tutti preso in giro?
Al km 3, però, inizia la fatica, la pendenza inizia ad aumentare, di spazio per riprendersi non ce n'è molto e qualcuno (me compresa), almeno pochi metri ogni tanto deve camminare per calmare il respiro e il battito del cuore. Il paesaggio intorno però aiuta. Si sta uscendo dal paese, di fianco alla strada iniziano le piantagioni di limoni, arriva il primo ristoro e l'incoraggiamento di chi ti offre una bottiglietta d'acqua e ti fa i complimenti ma anche delle vecchiette appollaiate alle finestre o sulle porte delle case.
Ancora uno sforzo, nel frattempo mentre gli altri scattano avanti, al terzetto formato da me, Luisa e Cristina si aggiunge Monia e da quel momento le "Ragazze di Villa Pamphilj", come ci hanno soprannominato due simpatici compagni di gara, hanno corso una sola gara, tirando, aspettandosi e incoraggiandosi fino alla fine.
Al sesto chilometro a sorpresa, la salita si fa più dolce, arrivano i tornanti e il ritmo può riprendere più sostenuto: saranno gli apprezzamenti per le ragazze in verde che riceviamo lungo il percorso, sarà la compagnia, ma riusciamo ad aumentare il ritmo e raggiungiamo la cima del passo almeno con dieci minuti di anticipo rispetto quello che avevamo calcolato. La parte, dichiaratamente, più dura della gara ce l'abbiamo alle spalle, adesso si tratta di aggiungerci una mezza maratona...
La discesa verso Positano e' spettacolare ed esaltante, ci buttiamo giù con una certa incoscienza, temperata solo dal desiderio di risparmiare le ginocchia e goderci il paesaggio che si apre sempre più stupendo; ci accompagnano per un tratto due podisti campani che gentilmente ci segnalano quello che stia ammirando: Capri e i faraglioni, l'isola dei Galli, Positano in lontananza... 
Sul percorso si appostano i fotografi, anche una vecchia conoscenza di Romacorre, e iniziano le foto di gruppo...


A Positano ci accoglie un altro panorama meraviglioso, la gente festosa, ma sappiamo che poi ci aspetta un'altra salita, forse meno ardua, ma lunga e insidiosa e bisogna vedere come reagiranno le gambe al cambio di pendenza. Reagiscono e reagiscono bene, e ci accorgiamo che nonostante la salita iniziale ci stiamo avvicinando a un ritmo di 6minuti a chilometro che mai ci saremmo sognate su un percorso così.
Poi di nuovo limoni, buganvillee, negozietto di peperoncino dove la gente si fa fotografie, una vecchietta che si sporge da una casa sopra una galleria e ci da' il buongiorno, i vecchietti al successivo paese che ci salutano leggendo il nome sulle maglie, e i compagni di gara che si scopre pare abbiano in massa figli gemelli e trovano il tempo di fare domande in merito a me e Luisa...
L'unica incognita e' sempre la lunghezza del percorso, ci siamo accorte subito che le indicazioni dei km non corrispondono a quello che ci raccontano i nostri Garmin e comunque non abbiamo mai saputo quanti fossero i km totali... È così al ristoro del 25 chiedo ad uno dei volontari e scopro che ne mancano solo tre: a sorpresa, potremmo chiudere una gara che contavamo di farei in tre ore e mezza con un tempo molto inferiore....
Abbiamo superato Praiano, ci resta Furore, con il fiordo più piccolo del mondo (come ci ha detto con orgoglio un podista del luogo), e poi già si vedono sul percorso i podisti arrivati che tornano indietro, le navette posteggiate e anche gli amici più veloci che ti incoraggiano al passaggio: non mollare che manca poco...
Manca poco, pochissimo, l'arrivo e' in salita, ma chi la sente più, uno sguardo all'indietro, ci ricompattiamo e ci prendiamo per mano per arrivare tutte insieme (ops, tutti insieme, ci sarebbe anche Giovanni, anche se solo in spirito...) salutati dall'annunciatore che loda il nostro affiatamento (ci verrebbe da dire piuttosto il fiatone in certi momenti).
Questo arrivo e' stato uno dei più emozionanti della mia storia di podista: io scherzo sempre dicendo che al traguardo mi piace arrivare accompagnata (e ci sono state le volte in cui la presenza di un'amica o di mia sorella ha fatto tutta la differenza, specie negli ultimi chilometri). Questa volta sono stata felice di aver fatto la mia parte anch'io perché arrivassimo in fondo così.... Così veloci (forse),ma soprattutto così felici.
C'è tempo, prima di ritornare verso Sorrento, per scambiare le impressioni con gli altri ramarri; siamo tutti soddisfatti, chi per un bel risultato che va pure in premiazione, chi per l'esperienza. Alberto alla fine è il più veloce, un fenomeno, che spesso ci dimentichiamo di avere tra noi perché è generoso e gli piace accompagnare gli amici verso risultati che non credono di avere nelle gambe.
Per la cronaca, alla fine i km dichiarati dall'organizzazione saranno 27,5, ma sui nostri Garmin le cifre, pure variabili, dicevano un po' meno. E se fino al giorno prima, complice la paura dei saliscendi, quei km guadagnati sembravano un favore, alla fine è dispiaciuto un po' a tutti mancare l'arrivo davanti alla cattedrale di Amalfi. A seconda se si vuole vedere il bicchiere (di limoncello) mezzo pieno. O mezzo vuoto, prevale la piccola delusione o il pretesto per ripetere l'esperienza l'anno prossimo...

venerdì 12 dicembre 2014

"Tre è il numero perfetto" di Luisa Cotta Ramosino



Ci ho messo un sacco a scrivere questo post… Volevo che fosse qualcosa di speciale, per celebrare un po’ la fine di un lungo percorso (di maratone e non solo) cominciato con Roma e culminato con Firenze, un percorso alla fine del quale, lo ammetto, mi guardo e un po’ faccio fatica a riconoscermi. Io, che non sono mai stata una sportiva, io che alle medie ho rivendicato orgogliosamente il privilegio di abbandonare qualunque forma di attività fisica (a parte le gite con gli scout) per buttarmi a capofitto nei libri, io che lo sport non lo guardo nemmeno alla tv se non in occasione delle Olimpiadi, ecco, proprio io, sono arrivata in fondo a 3 maratone e nemmeno tanto male. Insomma, come avrete ormai capito ci ho girato intorno per un po’, poi ho deciso che ancora un po’ passavamo al 2015 e quindi mi sarei accontenta di un ricordo normale, che è un’urgenza prima di tutto mia, per non perdere le sensazioni e la soddisfazione provate il 30 novembre…
Avevo scelto Firenze prima di tutto perché è una città a cui sono molto legata (fin da piccola ci ho passato tanti week end, l’ho girata e scoperta e imparato ad amarla anche nei suoi angoli meno noti… insomma, la considero un po’ mia d’adozione), ma anche perché tanti compagni di lunghi (a partire dal Secco) ci avevano messo gli occhi come obiettivo autunnale.
Dopo due avventure affrontate con une bella dose di incoscienza, avevo deciso che questa l’avrei preparata come si deve. Immagino che a questo punto la frase dopo dovrebbe essere che non l’ho fatto…
…e invece no, salvo qualche piccolo dettaglio ancora da mettere a punto (tra gli altri l’alimentazione un po’ sballata proprio gli ultimi giorni, non senza conseguenze…) il programma è stato rispettato, devo dire soprattutto grazie alla presenza di colleghi e compagni di strada che mi hanno aiutato a tenere presente che davvero in questo tipo di sforzo l’improvvisazione (al contrario di quanto accade nel mio ambito di lavoro) non porta affatto a buoni risultati.
Già, perché ammetto che fino a fine estate avevo guardato con un atteggiamento tra lo scettico e il divertito le tabelle pubblicate dai vari maratoneti (ramarri e non). Sospetto che dipendesse molto dal fatto che a prenderle sul serio mi sarei resa conto di dover ripensare il mio modo di allenarmi e quindi di organizzare il tempo dedicato alla corsa. E in effetti così è stato.
È chiaro che per fare una buona seduta di ripetute prima di andare al lavoro bisogna alzarsi presto, molto presto. Ma è anche chiaro che se hai appuntamento con due o tre amiche che ti fanno compagnia (mia sorella non fa testo, lei la devo buttare giù dal letto io…) anche quando il cielo è ancora scuro e scende la pioggia, l’impresa diventa un po’ meno ardua. Meglio ancora se i compiti, anziché su una tabella impersonale sebbene attendibile, sono pubblicati di settimana in settimana da un maestro che si prende la pena di adattarla a te che sei un principiante e di spiegarti come portarla a termine in modo sensato.
E poi i lunghi, gli amati-odiati lunghi che soprattutto all’inizio, con una carenza di ferro che ancora mi porto dietro, sono stati una sofferenza non da poco, sudati e guadagnati convincendosi che ora della maratona le analisi sarebbero state a posto. Come è andata? Diciamo che è uno di quei casi in cui ha funzionato l’effetto placebo…
Insomma, siamo arrivati al gran giorno e devo dire che fatta la tara delle insicurezze, dei doloretti, della fame (già, perché dopo tanta ingegneria nutrizionale sono riuscita a sbagliare la cena del sabato e domenica mattina non è che potessi strafogarmi per compensare), del tempo (niente pioggia, grazie a Dio, ma tanta umidità e quasi troppo caldo) e di tutto quello che è variabile insondabile della Maratona, mi sentivo quasi pronta. Pure se alla fine sono partita proprio in fondo, per iniziare con Laura che era nella gabbia dietro la mia.Devo dire che in fondo è stato forse anche meglio così, perché c’è una certa dose di entusiasmo nel correre i primi km superando tanti altri runner senza nemmeno doversi sforzare, solo rispettando un ritmo e una tabella che portavo al polso.
Era il braccialettino di carta stile reparto maternità che mi avevano stampato il giorno prima al Marathon Village quelli dello stand Asics. Bastava dire qual era il tuo obiettivo ed ecco qui un bel “Pace your run” con indicati i tempi da rispettare ai vari cancelli, una serie di traguardi intermedi che mi hanno aiutato molto in termini psicologici ad affrontare la gara, specialmente visto che ho avuto l’ardire a puntare a un 4h10’ che forse era un po’ azzardato…Scaramanticamente avrei voluto tenere per me quell’obiettivo, ma ho una sorella con la lingua lunga e quindi ora della mattina dopo metà dei ramarri presenti (e anche qualche assente) era già a parte di quel bel segreto di Pulcinella… pazienza…
Ma Firenze è una maratona dove non è così’ assurdo azzardare. È piatta, ma mai noiosa, con il suo percorso che si snoda dal centro verso una periferia per nulla brutta, verso il parco delle cascine che con i suoi segni per terra si fa riconoscere come luogo di allenamenti per i locali. Una maratona che le twins hanno affrontato appaiate, e che io personalmente ho gestito con l’attenzione di non accelerare troppo nella prima metà per arrivare con un po’ di benzina verso il finale. Non è stato semplice. Gli allenamenti mi avevano dato una baldanza che non era sempre facile tenere a bada, ma essere in due in questo caso aiuta e così i primi 20 km sono passati con piacere (per un bel po’ ho anche rinunciato alla musica per ascoltarmi un po’ di più), in attesa di incrociare Anna e Giovanni che ci aspettavano a metà gara. I ristori ben organizzati, la gente sulla strada a incoraggiare fin dal mattino presto (comprese le nonnine 90enni che chissà cosa pensavano davvero di noi…), rispettosa del passaggio dei runner come raramente capita a Roma e dintorni, i pacer che facevano il loro lavoro senza sgolarsi come dei folli, insomma, proprio una bella gara.
Inutile negare che comunque la fatica c’era tutta, ma intravedere Anna e Giovanni sul Lungarno mi ha regalato una scarica di adrenalina utilissima a scavallare il traguardo dei 21, addirittura con un paio di minuti di vantaggio rispetto a quanto indicato sul braccialettino. Cose da farti annusare un PB che non osi sperare….
E subito la realtà viene a ricordarti che sei solo a metà. Ecco dunque un bel dolore intercostale che ti costringe a rallentare, sperando che respiri profondi e molta calma ti rimettano in carreggiata. Nel frattempo ti distrai guardando la varia umanità che condivide la tua avventura, tra cui un tizio vestito da frate francescano, con tanto di saio e croce di legno…ma per fortuna regolamentari scarpe da running. E subito pensi che per pazzo che tu sia c’è sempre qualcuno che è messo peggio di te…forse.
Comunque sia il dolore passa (o meglio viene sostituito da altri che si fanno sentire in varie parti del corpo, come da manuale) e si riprende come da programma, lanciandosi verso i 30 km e il centro storico, la parte più bella anche se più faticosa. Qui le strade mie e di Laura si separano. Lei accusa un po’ di fatica (sempre la fatidica cena sbagliata e più avanti qualche crampo) e io sono un po’ egoista, ho voglia di provarci a stare dietro al braccialettino…
Mi aiutano le strade, le piazze i monumenti che per me hanno un valore speciale. Sarà un caso ma in questo periodo lavoro su due progetti audiovisivi ambientati a Firenze (uno nel Rinascimento, l’altro nel Novecento) e così ogni posto mi racconta qualcosa o qualcuno, mi apre un mondo che dà a ogni metro un sapore particolare. È divertente pensare che dove io batto le mie scarpe da running i Medici chiacchieravano con Donatello, o alzavano gli occhi al Duomo  a cui ancora mancava la cupola che avrebbe disegnato Brunelleschi…
Storia e storie che sono il mio pane quotidiano e mi accompagnano almeno fino al 40^ km, orgogliosa di non aver mai camminato se non due passi ai ristori per bere senza strozzarmi…lì dove inizia la parte della gara dove conta il cuore più che le gambe…
Ci arrivo con un pensiero incongruo e un po’ futile. Ricordo che all’arrivo di Roma nelle orecchie mi risuonava la voce del Boss, un The rising molto appropriato per la circostanza, che a Tromso gli Abba gridavano i loro Kisses of fire incuranti del freddo del sole di mezzanotte, e ora?
Ora sempre gli Abba, ma con Cassandra, dedicata a quella sfortunata fanciulla che prevedeva disgrazie senza essere mai creduta…Insomma, non esattamente benaugurante [è triste pensare che anche se allora non lo sapevo passando al fianco di quei lenzuoli bianchi per qualcuno, un runner come me, quel presagio si era avverato]…
Passo il cartello del 41^ e guardo il Garmin…ci siamo, quasi, potrei farcela…sono stanca, parecchio stanca, ma non voglio rinunciare, e allora  memore del mantra del coach Luca (“non pensare se ce la puoi fare perché stai già mettendoti in discussione, corri e basta”), mi ci metto di cuore e di testa, perché quelle ultime centinaia di metri li voglio fare correndo sul serio, accelerando, non per il tempo, ma per me stessa e per il piacere di quello che ho fatto nelle ultime 4 ore, perché tanto che importa che non sono mai stata una sportiva, visto che la maratona dopo tutto non è uno sport?!
Il traguardo a Santa Croce è bellissimo, e lo taglio con il sorriso (peccato che non c’è nemmeno una foto…), felice di quella felicità che per un attimo è solo tua e per questo vuoi tenertela stretta, e te la godi perché in fondo non hai nemmeno il fiatone e pensi che per una volta il lavoro serio paga, e che hai tanti da ringraziare, ma puoi anche, per una volta, ammettere di essere contenta di te stessa, di quello che hai fatto (4 ore, 9 minuti, 32 secondi, sarebbe stato da incidere…) e ancora potrai fare con il cuore, la testa e le gambe che finalmente sono una cosa sola.
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