lunedì 23 maggio 2016

Olimpico di Roma



Sveglia alle 06.00, questa volta non voglio fare tardi. Solitamente arrivo sempre stretto con i tempi. Mi ritrovo con la muta infilata a metà, a correre come un pinguino per giungere in tempo alla "spunta", con la conseguenza che non riesco a fare una bracciata di riscaldamento. 
Mi prendo quindi un’ora e mezza abbondante prima di uscire di casa e raggiungere Gigi e gli altri all’Eur.
Mi siedo a tavola e mi gusto il mio caffè e le mie fette biscottate spalmate in malo modo con della marmellata all’albicocca. Ai miei piccoli sto attento a togliere la buccia della frutta, altrimenti non ne mangiano neanche un morso... io ho passato questo step da tempo.
Dopo qualche fine settimana balordo, la primavera ha deciso finalmente di regalarci una bella domenica di sole.La maggior parte dei romani opterà per il mare.
Tutto è già pronto dalla sera prima. Nuoto, bici e corsa, tutto smarcato nella lista delle cose da prendere. Mi concedo l’ennesima tappa in bagno e finalmente, dopo un sospiro convinto, prendo la porta di casa.
Da casa mia all’Eur non c’è molta strada, ma anche di domenica mattina… Roma… mi regala una serie interminabile di semafori rossi… un segno del destino??!
Arrivo in zona gara e parcheggio abbastanza agevolmente. Nella testa il pensiero principale è quello di non fare tardi, di riuscire a fare almeno qualche bracciata prima della partenza. Ritiro il pacco gara dalla mitica Bruna, quasi pronta al grande esordio, e saluto gli altri ragazzi e ragazze della Podistica. Stiamo diventando squadra. Ci vuole ancora un po’, in fondo siamo nati da poco e il triathlon è un po’ dispersivo, ma il gruppo c'è e si vede.
A piccoli gruppetti raggiungiamo la zona cambio.
Posizionata in salita (o discesa fate voi), posiamo le scarpe da running, il casco con gli occhiali e qualche integratore. Mi accorgo di non aver portato gli elastici per fermate le scarpe da ciclismo, decido di metterle a terra e di non correre scalzo... scelta errata, avrei dovuto lasciarle penzolanti.
Tra una chiacchiera e l’altra rimango attardato insieme a Neme, con la muta infilata a metà a correre come un pinguino, mentre un tipo dell’organizzazione urla “tre minuti alla partenza”. 
Panico!! Allunghiamo il passo,  comincio a sudare come se già avessi nuotato. Alla fine tra briefing e “chiamata”, sforiamo anche l’orario della partenza di qualche minuto, con buona pace dell’amato corpo dei Vigili Urbani di Roma.
Per la prima volta da quando faccio Triathlon, si parte da dentro l’acqua. Questo ci permette di apprezzare a pieno la limpidezza delle cristalline acque del laghetto dell’Eur…. una marana… anche l’odore non è dei più gradevoli, peccato perché il contesto in cui è situato è bellissimo e potrebbe essere davvero sfruttato meglio.  
Alla fine un fischio proveniente dalle nostre spalle da inizio alle ostilità. Due giri da 750 metri in un susseguirsi di boe gialle e bianche. Parto tranquillo, senza esasperare il gesto, allungo bene le bracciate e mantengo un ritmo decisamente meno frenetico rispetto allo sprint. Ad ogni respirazione tengo d’occhio un tipo alla mia destra con una muta nera e verde dell’Arena facilmente distinguibile. E’ il mio primo punto di riferimento. Ogni tot. bracciate butto un occhio per vedere la prima boa gialla, ma niente… troppa confusione e continuo a seguire il gruppo. La bagarre è la solita, mani e piedi ovunque, che ne sanno quelli davanti di cosa succede nelle retrovie, roba da maschi. Al termine del primo giro mi accorgo che sto nuotando praticamente da solo. Distaccato qualche metro dalla traiettoria migliore. Davanti non vedo nessuno, dietro è impossibile vedere e di lato qualche sparuta cuffia bianca qui e là. Non posso far altro che continuare a nuotare, ma il pensiero di essere fortemente attardato mi metta ansia e quindi aumento il ritmo. Comincio a pensare di averla presa troppo con calma e di essere in fondo al gruppo.
“Smarco” l’ultima boa della Forhans e mi trovo finalmente nella rampa d’uscita.
Tirarmi su mi fa pensare ad Atlante con il peso del mondo sulle spalle, poi le energie tornano e comincio a sfilarmi la parte superiore della muta.
Sento Bruna che urla “forza podistica”. Mi metto alle spalle la salita che porta alla zona cambio e raggiungo la piazzola “48”, il numero di pettorale. Via la muta, infilo casco, porta pettorale e scarpe, prendo la bici. Mi guardo intorno e vedo che ancora in tanti devono arrivare, non so che tempo ho fatto perché il mio garmin è impazzito, ma sono soddisfatto, pensavo di aver fatto un disastro.
Esco dalla T1 quasi cadendo per via delle scarpe.
In bici mi guardo davanti e vedo Carlo V., un ragazzo della mia squadra molto forte in bici, pedala agile e comincia a prendere velocità. Mi metto a ruota e cerco di stargli attaccato, da dietro veniamo subito superati da un gruppo più veloce, ma riusciamo a metterci in scia. E’ subito un ritmo ferrato, ma riesco a tenerlo con il 34 e questo mi conforta, il 50 lo immagino come una sorta di extrema ratio. Sento le gambe un po’ dure, ma ogni volta è cosi, devo dargli il tempo di sciogliersi e di arrendersi a dover sopportare la fatica
Sotto la prima salita (se così si può chiamare), penso che se riuscissi a tenere questo ritmo ci potrebbe scappare il tempone, e tutto un tratto sento due botti. Qualcuno di gira per vedere cosa sia successo, io già lo so… ho bucato e quello davanti a me idem. Per terra un tappeto di vetri. 
Smonto la ruota davanti e la riparo, nel frattempo sento l’adrenalina abbandonarmi per lasciare spazio alla frustrazione. Mentre faccio il meccanico gli altri concorrenti passano a tutta e l'incazzatura sale. Mi verrebbe voglia di prendere a calci la bici, se non fosse che i danni dopo dovrei ripagarmeli da solo. Provo a ripartire, ma dopo dieci metri la ruota va nuovamente giù… colpa mia, nella foga non ho controllato il copertone e probabilmente qualcosa dentro mi ha “fottuto” per la seconda volta.
E’ da subito evidente che sono fuori gara. In principio non mi rode neanche troppo, sono ancora disorientato dagli eventi e dalla gara in sé. Sono un novizio e uscire dall’acqua mi lascia stordito per diversi minuti.
Sommessamente, con la bici al fianco, raggiungo dopo diversi minuti, la zona cambio. Vicino la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, la gente vestita a festa, mi guarda come se provenissi dalla luna.
Arrivato nell'area di transizione, un giudice pignolomi ritira il pettorale (io li conservo tutti) e ufficializza il mio primo ritiro in una gara da sempre.
Tutto fa brodo. Mi permettono almeno di prendere le mie cose e di uscire dalla zona cambio.
Nel frattempo mi raggiungo un po’ di amici e mi metto a chiacchierare, mentre insieme guardo gli altri  che escono dalla T2. Alla fine decido di tornare a casa. La rabbia comincia a crescere, vedere gli altri faticare non mi aiuta. 
Penso che far passare due spazzatrici dell’AMA lungo il percorso per raccogliere i vetri lungo tutto il tragitto bike, non sarebbe stata una cattiva idea, visto che alla fine della fiera le forature saranno tantissime.
Prima di andare via scambio un saluto al volo con Rogerio (sesto assoluto), e con Dario, poi raggiungo la macchina e dichiaro finita la mia giornata di Triathlon.
In alto il cielo è azzurro e il sole sulla pelle è caldo. Mi viene da pensare che a Pescara le condizioni climatiche  saranno davvero dure. Bisognerà stringere i denti e sperare di avere un pizzico di fortuna in più.
Peccato! Il ritiro è sgradevole, ma va comunque affrontato con il sorriso. A saperlo forse avrei potuto utilizzare la domenica in modo migliore, ma poi pensandoci bene n’è valsa comunque la pena.

-20


2 commenti:

  1. secondo me ne è valsa sicuramente la pena...capisco la grande delusione ma è tutta esperienza pure questa, no?...e un sano vaffa all'AMA...

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    1. sono d'accordo.... mi sono comunque divertito

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