giovedì 14 aprile 2016

"Roma 2016" di Luisa & Laura Cotta Ramosino




Ogni maratona è un’avventura. Inizia nei mesi della preparazione e ha il suo picco nei fatidici 42,195 metri, se sei fortunato prosegue con le amicizie cementate nelle prime due fasi. Proprio per questo sono importanti le persone con cui la condividi… persone che a volte scegli e a volte “ti capitano” diventando compagni di un viaggio che è sempre a suo modo indimenticabile.
Questa maratona di Roma non aveva per me, almeno all’inizio una particolare identità… dopo aver fatto quella del 2014 come Prima Maratona, e quella del 2015 al fianco di Cristina, era come se, nonostante il suo altisonante titolo di “edizione del Giubileo” , non riuscisse a trovare un posto chiaro né nel mio nuovo e personalizzato “programma annuale delle gare”, né, soprattutto, nel mio cuore… e una Maratona, con la fatica e l’impegno che richiede, o viene dal cuore o è destinata ad essere un’occasione persa.
Così mentre le settimane di preparazione si susseguivano, precise nell’esecuzione se non brillanti nei risultati (diciamo che né io né Laura siamo nel picco di forma), la sensazione non era sicuramente quella di essere alla caccia di un PB, eppure, la motivazione giusta era proprio dietro l’angolo… e aveva il profumo invitante di una crostata. Ebbene sì, tutto inizia intorno a una crostata, anzi, a più crostate, che da recovery meal di un regime alimentare ultimamente molto in voga (Fagnani docet ndr), sono diventate il simbolo di un farsi compagnia nella fatica degli allenamenti prima e della maratona. Per me poi è stato il valore aggiunto di questa maratona, un modo per esorcizzare quella sottile inquietudine che non ti abbandona, credo, quando le maratone fatte sono 10, 20, 50… del resto altrimenti che gusto c’è a farla?
L’idea di base era quella di accompagnare Maria Pia e Carolina, alla loro prima gara regina, per condividere quel poco di esperienza che abbiamo sulle gambe e nella testa, senza nessuna pretesa di dettare regole, ma giusto per essere lì e aiutare a tenere un ritmo, per scacciare il pensiero della fatica che comunque c’è, per ricordare che il traguardo prima o poi arriva e dove ti aspetta una soddisfazione che nemmeno si può immaginare… tra lunghi e allenamenti (per mettere a punto il famigerato “ritmo maratona”) Cristina e Monia si sono unite al gruppo ed eccoci pronte (si fa per dire) a partire…

La mattina della gara, benedetta da un sole forse anche troppo vivace, le questioni più delicate sono ovviamente trovarsi (e non perdersi, ma l’unica soluzione sarebbe di legarsi come bambini di un asilo giapponese) e mettersi in griglia, operazione che quest’anno, causa allarme sicurezza, sulla carta sembrava poter diventare piuttosto complicata… in realtà come sempre dovremmo ricordarci che siamo a Roma per cui passare a una griglia diversa da quella assegnata non è mai davvero un problema e gli ingressi alle gabbie differenziate sono abbastanza relativi… ma tant’è.
Lo sparo devono averlo silenziato, perché noi ci accorgiamo che è quasi il nostro momento quando sul tabellone (anzi i tabelloni) sopra il tappeto al via segnano già diversi minuti.
Ed eccoci sulla strada, un occhio all’insidioso sanpietrino e l’altro alle maglie di chi non dobbiamo perdere di vista, con me e Laura in un’inedita veste di cani da pastore… devo dire che la definizione, altrove forse ingiuriosa, a me non dispiace affatto.
Anche perché le nostre pecorelle non sono affatto animali banali e docili, ma hanno ognuna il loro carattere e il loro obiettivo, e una bella vocalità che ci hanno promesso di esprimere senza censure… insomma, la perfetta compagnia per 42 km e spicci!!!
Non è sempre facile mantenere il ritmo gara stabilito, perché se la ressa o il superamento dei grupponi che accompagnano i pacer fa perdere tempo, d’altra parte quando ci si trova nella leggera discesa oltre il Ponte Spizzichino, o su viale Marconi viene da spingere, e non si deve, perché siamo davvero solo all’inizio, di lì mancano ancora tutti i 34 km del nostro ultimo lungo.
comunque non son tutte rose e fiori… quasi da subito, infatti, Carolina accusa dei dolori  alla milza che la accompagneranno per tutta la gara, non certo l’ideale per un percorso così lungo. Tiene duro, non si lamenta (salvo qualche colorita imprecazione che le guadagnerà sguardi più di tacita ammirazione che di orrore al km 38) e il gruppo resta compatto nonostante le soste ai ristori e la confusione. Del resto ci piacerebbe trovare alla fine qualche foto che immortali questo sforzo comune…
Non amo particolarmente correre sotto il sole e ammetto che già intorno al km 15 ho cominciato a soffrire la sete tra un ristoro e l’altro, ma non sono la sola; Maria Pia, per il resto molto disciplinata anche grazie alle minacce di Laura, quando avvista i tavoli con l’acqua tende ad accelerare… La più brava ai ristori è Cristina, che beve e riparte con una sicurezza che mi fa capire molto presto che questa per lei sarà veramente la Roma del riscatto, non solo per il tempo portato a casa, ma per la serenità con cui affronta i km uno dopo l’altro, facendoci da apripista finchè non se la sente di andare da sola, affrontando e vincendo i demoni della precedente edizione.
Verso la metà del percorso cominciamo a superare alcuni compagni Ramarri, li salutiamo e proseguiamo; qualche km prima (ma le ritroveremo spesso lungo il percorso) sono state Stefania e Maria Teresa a offrici una tifo personalizzato che ci ha riempito di energie, per non parlare di tutti i colleghi della Podistica Solidarietà che sgolano al passaggio di Mapi… insomma, un tifo al di là dei colori della maglia che ci fa particolarmente piacere.
Con l’ultimo attraversamento del Tevere arriva quella che secondo me è la parte più dura della Maratona di Roma, un lungo tratto abbastanza desolato dove molti maratoneti si zittiscono per stringere i denti accostandosi al fatidico muro. Noi incrociamo proprio lì un runner che si ricorda nel gruppetto di podiste romane in verde viste alle Terre di Siena… non so perché ma mi galvanizza l’idea che questo correre insieme possa essere ricordato da qualcuno… e mi ricorda perché sto correndo oggi.
Purtroppo è proprio in prossimità del ristoro dei 25 km che ci perdiamo Monia, noi convinte che sia più avanti, lei un po’ rallentata da caldo e affaticamento muscolare.
Intanto però siamo arrivate all’insidiosa salita della Moschea, che per me, lo ammetto, rappresenta in realtà un piacevole diversivo rispetto alla piattezza noiosa del lungotevere, ma che per il corpo sofferente di Carol è un prova non indifferente. Così suggerisco a Laura di allungare con Mapi (che ha altre urgenze…) e la aspetto; vorrei dirle che la parte più dura è passata, che può cominciare a pensare alla soddisfazione dell’arrivo, ma sul suo volto leggo che per lei questo pensiero sarebbe un’astrazione forse frustrante per cui preferisco solo restarle vicino, qualche passo avanti per non disturbare la concentrazione che sono sicura le serve a mantenere il passo con i dolori che la tormentano.
Superiamo i 30 km lasciandoci alle spalle Laura e Mapi (ferma per una necessaria sosta WC) , ma sono abbastanza sicura che ci recupereranno; ho visto dai km precedenti che Mapi ha il passo sicuro di chi è pronto ad affrontare il muro ed abbatterlo. [CON QUESTO POST SI INAUGURA UNA FORMULA NUOVA: PER LA VERSIONE ALTERNATIVA CHE SEGUE LE ALTRE ATLETE SI VEDA IN CODA]
La Flaminia assolata personalmente mi mette sempre molta tristezza, e finchè non giro in via del Vignola soffro abbastanza, ma cerco di pensare al ristoro del 35, con gli amici Ramarri che ci aspettano e che spero possano dare a Carol un’iniezione di energia.
Al 33° Laura e Mapi ci riprendono e vanno avanti, noi procediamo, con un ritmo leggermente più lento ma costante; sono parecchi quelli che vediamo camminare, provati dal caldo e da problemi intestinali che sapremo poi aver funestato la gara di molti.
Quando avvisto il tunnel sono sollevata, lo indico a Carol e le dico che gli amici ci aspettano là dove si vede la luce (non è un modo di dire questa volta); lei mi dà retta e ce la fa. Ci fermiamo al primo tavolo, ci tengo che a darle da bere sia qualcuno che conosce bene, Giancarlo. Lui le chiede come va, lei scuote la testa, allora la prendo per mano, meglio ripartire appena bevuto perché a questo punto camminare troppo è un pericolo per le gambe. Mi commuove la fiducia con cui, nonostante la fatica, mi crede e viene con me. È quello che mi fa essere più felice e fiera di accompagnarla per questi ultimi, maledetti 7 km…
che pur nelle insidie dei sanpietrini (di nuovo!) ci regalano almeno la vista di una delle parti più belle e vivaci di Roma: piazza Navona, Piazza Venezia (dove possiamo avvistare l’arrivo in discesa su via Nazionale e cominciare a sognare) e finalmente via del corso, con le vetrine che, scherzando, nei giorni precedenti la maratona avevo promesso a Carol come diversivo. Poco prima, in via del Plebescito, è proprio lei a farmi notare la presenza di Leo, che ci scatta una serie di foto in cui riusciamo persino a sfoggiare un sorriso.
Una parte di me si chiede dove siano le nostre compagne di viaggio, come se la cavino, ma soprattutto cerco di capire se a Carol serve camminare. Lei, però, testarda e tenace, continua a correre, magari più lenta, ma senza perdere un colpo. Piazza del Popolo, l’obelisco, e poi finalmente piazza di Spagna, con l’ultimo tappeto.
L’ultimo ristoro, prima del tunnel, ci pare incredibilmente lontano, quasi al 41°, una crudeltà che pesa ad entrambe. Il passo un po’ strascicato per la stanchezza, rischia di tradire Carol sulla strada vergognosamente dissestata di via dei Due Macelli… ma è sempre meglio che un crampo, come ho temuto io sentendola gridare alle mie spalle.
Ultimi bicchieri d’acqua e piano piano ripartiamo, in vista di via Nazionale, mi piacerebbe che dopo tanta fatica potesse gustarsi almeno l’ultimo chilometro in discesa. Non so se ci riesca, ma io sono contenta per entrambe e quando arriviamo finalmente a duecento metri dal traguardo la prendo per mano quando mi chiede, incredula, “è là il traguardo?”.
Ci arriviamo con il sorriso, lo attraversiamo vedendo la di là le amiche che ci aspettano per un abbraccio liberatorio... che ci godiamo a lungo, senza fretta di andare a ritirare la medaglia.
È il momento di scambiarsi i ricordi ancora freschi, di verificare di essere ancora, incredibilmente, tutte intere, di farsi fare una foto tutte insieme, di scrutare la linea del traguardo in attesa di Monia che è l’unica che manca all’appello (ma arriverà di lì a poco, dolorante, ma determinata, ricomponendo il gruppo dei 42,195).
C’è da bere, reintegrare, massaggiare i muscoli tormentati dai crampi, ma c’è soprattutto, per le neofite, da guardarsi in faccia e dire: ce l’ho fatta!
È finita, eppure forse invece è solo incominciata, nel senso che se le gambe protestano gli occhi dicono però che il virus è entrato in circolo: benvenute tra i maratoneti!

Roma 2016 bis (by Laura Cotta Ramosino)

Si dice che la parte più difficile (che è la traduzione gentile di bastarda, assai più adatto per il vero) della Maratona di Roma inizi dopo il ponte dello stadio sul lungotevere e poi sulla salita della Moschea. Ed è proprio lì che io e Mapi ci siamo ritrovati da sole ad affrontare il possibile muro e anche un altro spiacevole imprevisto.. Che la grinta ci fosse l’ho capito dal modo in cui la mia compagna di viaggio ha aggredito la salita (l’altra urgenza magari c’entra un po’ ma mica tutti sanno trasformare un problema in una risorsa) e poi siamo ripartite dopo due minuti di sosta (che al km 30 della maratona possono essere fatali) all’inseguimento delle amiche. Sarà stata l’urgenza di raggiungerle ma quartiere Flaminio e i km fino al 35 sono volati. Al ristoro pretendiamo in stile bar che sia il mitico Giancarlo a stapparci una bottiglia d’acqua e poi ripartiamo quasi subito. I sanpietrini non perdonano ma il ritmo resta alto (alcuni km sotto la media prefissata e a quel punto non è ovvio). Alla svolta a piazza Venezia Mapi si preoccupa vedendo il salitone davanti… per fortuna, la informo, sarà da fare in discesa all’ultimo chilometro. Scorre via del Corso e poi via del Babbuino tra gente che cammina e superiamo. A quel punto sono io che cedo un po' per un sospetto di crampi e i ruoli si invertono con Mapi che tira verso l’ultimo ristoro e il malefico tunnel.
Ed è qui che capisco una cosa che forse dovrebbe essere ovvia: nelle esperienze più belle della vita pensi sempre che sei tu a far accadere le cose e invece sono loro che ti portano…
L’ultimo bicchiere d’acqua serve a darsi il tempo di respirare e l’emergere dall’altro capo è una specie di rinascita per buttarsi verso la discesa. E non importa che la maratona il Garmin la segni alla fine di via nazionale e il giro a piazza Venezia siano 400 metri regalati, perché a quel punto senti l’urlo degli amici e vedi lo spettacolo più bello del mondo, un’amica che afferra un sogno e se lo tiene stretto.
Vederle negli occhi la mia stessa emozione di due anni fa alla fine della prima maratona mi fa capire che il regalo lo hanno fatto a me.




5 commenti:

  1. Bravissime Ironwomen!! (Si dice così??!)

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  2. Come sempre bravissime, dai vostri racconti traspaiono tutte le emozioni e gli stati d'animo che provate e in una maniera così netta e precisa che sembra di riviverli con voi!!!

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  3. Roma è tanto bella quanto stronza da correre.
    Chi taglia quel traguardo ha sempre la sensazione di aver portato a casa un'impresa.
    Brave!

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