venerdì 29 gennaio 2016

"La fatica non sempre condivide" di Marco Raffaelli




A Settembre ho preso una pausa dal mondo dei gruppi podistici e da gennaio ho una runcard fidal.
Corro tutti i giorni, scrivo di corse e vedo cosa accade intorno alle corse, però, di fatto sono fuori le dinamiche social della corsa.
Questo perché non interagisco più nella grande marmellata del…“dai che forte che sei! Immenso e grande dai ancora una volta!”
Avverto una forma di esclusione nei confronti di chi la fatica non la condivide.
Sei come me? bene, sennò non ci sei più. Peggio ancora se non metti più la mia stessa maglia.
Il corporativismo è funzionale alle squadre, un colore, un logo è quanto basta per esserci, cambia colore e non sei più nel recinto della dinamica sociale, su strada e sul web.
Ci si sente in parte traditori di una fede, come vedere la partita dalla curva opposta, eppure non hai tradito nulla, ti sei solo messo in tribuna, vedi tutti i colori e le sfumature, percepisci meglio l'impegno di tutti e non solo quello di chi vedevi come te e faceva il tuo stesso passo.
Anche se provi a ritrovare il vecchio recinto non senti più il bisogno di avere quel cancello, ti proteggeva e ti faceva sentire immenso, adesso sei te e basta.
Corri tutti i giorni fai tante gare, ma sembri invisibile. Non hai più foto non ci sono più le battute e gli incoraggiamenti.
Uscire dal recinto ti fa sentire più reale e concreto.
A tratti ti sembra di essere solo, la forza della comitiva adolescenziale si è indebolita. Devi solo essere più forte, da solo.
Il social sa farti sentire asocial, dinamiche di una tribù che si autocompiace e decide per te a volte cosa è giusto solo perché ne fai parte. Tutto sembra come volevi, ma inconsciamente te lo eri disegnato ad insaputa di tutti gli altri che già avevano fatto lo stesso percorso o lo faranno a breve.

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