martedì 7 luglio 2015

"Dalla Russia con amore... e sudore!" di Luisa Cotta Ramosino




La Russia è così, o la si odia o la si ama, con tutti i suoi difetti e i suoi pericoli. Io credo di amarla, anzi, devo amarla per forza se dopo la vacanza culturale dell’anno scorso (e grazie allo spunto podistico fornito dal ramarro Marco Ceraudo) ho deciso di tornarci per una maratona che, come al solito sempre sulla carta, si presentava adatta a tentare un PB..
San Pietroburgo è una città che non ha bisogno di presentazioni (bellissima, più europea e turistica di Mosca, strizza l’occhio all’Occidente concedendosi con qualche scritta in inglese in più della capitale), forse solo di qualche avvertenza, in primo luogo quella relativa ai borseggi, evenienza niente affatto rara… in secondo al tempo atmosferico che, come abbiamo scoperto a nostre spese, può essere alquanto imprevedibile (nel nostro caso sfoderando un caldo e un sole degni di tutt’altre latitudini).
La spedizione dei maratoneti romani (5 ramarri – io, Laura, Anna, Giovanni e Jacopo - più Tonino “il Secco”) era stata pianificata da tempo e cercando di prevedere la maggior parte degli imprevisti (anche se essendo per l’appunto gli imprevisti imprevedibili, alcuni si sono riaffacciati quando meno ce lo aspettavamo, ma fa parte del brivido dell’avventura), dai trasporti alla difficoltà di comunicazione con l’organizzazione (cortese, ma scarsamente poliglotta…), fino alla prenotazione di ristoranti che ci consentissero di fare un adeguato carico di carboidrati…
Diciamo che in questa fase pre-gara abbiamo portato a casa un pareggio: ritiro pettorali un po’ macchinoso per la difficoltà di far leggere ai russi i nostri documenti chiaramente non scritti in cirillico, pacco gara essenziale (maglia semitecnica e di un colore improbabile e una serie infinita di buoni sconto incomprensibili, oltre al diploma della maratona in bianco da compilare a fine gara!!!), a tutti fuori in poco più di mezz’ora. Sul versante alimentazione un buon compromesso tra cucina italiana (uno dei due ristoranti selezionati molto simpatico e buono, l’altro mediocre) e georgiana (la più diffusa e amata in Russia, che offre ottime torte al formaggio, verdure e patate in quantità) che ci ha portati sufficientemente carichi alla partenza.
La Maratona di San Pietroburgo è relativamente piccola (5000 al massimo i partecipanti, quest’anno erano 4200 alla partenza, oltre ai 5000 della 10 km), e della manifestazione piccola ha tutti i pregi e i difetti.
Cominciamo dai primi: un deposito borse gestibile, spogliatoi e bagni sufficienti al numero degli utenti, ristori mai intasati (ma questo anche grazie all’efficienza dei volontari), arrivo vivibile e disimpegno finale rapido.
Partenza
Per quanto riguarda i secondi va segnalata la mancanza, scandalosa per una manifestazione internazionale, di Real Time; mancando la barra che prende il tempo in partenza i tempi finali vengono calcolati sull’arrivo generale causando differenze che vanno dai 50/55 secondi (nel mio caso) fino ai 4 minuti del povero Jacopo, che alla prima maratona infilerà nonostante questo scarto un tempo davvero invidiabile. Del resto non ci sono nemmeno rilevamenti intermedi, ma forse gli organizzatori pensano che basterà la presenza di numerosi poliziotti lungo il percorso a scoraggiare eventuali imbroglioni che vogliano “tagliare”.
Altro punto a sfavore il fatto che in realtà il percorso non sia davvero e comunque mai totalmente  chiuso al traffico. Si tratta di tratti in cui le macchine corrono parallele agli atleti, separate da loro,  da un marciapiede (quando va bene) o da una fila di volontari o di veri e propri incroci tra il serpentone degli atleti e le strade più trafficate, con un vigile o due impegnati a “gestire il passaggio” sta di fatto che  la sensazione non è di totale sicurezza. E va bene che gli autisti del posto suonano il clacson più per incoraggiamento che per impazienza, sta di fatto che almeno in un paio di punti qualche indisciplinato taglia la strada a chi magari sta arrancando dopo il 30simo…
Infine da notare che su tutto il percorso si vede un’unica ambulanza e nessun posto fisso di soccorso. Ad assistere gli atleti all’occorrenza gli pensano incaricati in bicicletta che vanno avanti e indietro sul percorso. Speriamo siano bastati visto che causa caldo e sole imprevisti i ritirati sono stati un migliaio…
Ma andiamo al sodo, cioè alla gara…
Io e Laura arriviamo alla partenza con molte perplessità; il lungo semestre che ci ha portato qui è stato impegnativo e temiamo di aver un po’ esagerato tra gare e allenamenti; in verità quelli che ci sono costati davvero sono quelli dell’ultimo mese, con il caldo che sembra aver danneggiato i nostri muscoli molto più dei km accumulati tra maratone e lunghi…
L’obiettivo per la gara, purtroppo, è dichiarato e noto, il che mette non poca pressione sulla testa oltre che sulle gambe (che come al solito abbiamo autosabotato con due giorni di giri a piedi per la città…), ma proviamo a non pensarci troppo e ricordandoci che gli amici e i colleghi di corsa che ci hanno incoraggiato fino a un minuto prima della partenza saranno molto meno severi di noi stesse dovessimo fallire, procediamo per piccoli traguardi in attesa di superare l’ultimo …
La partenza non è troppo caotica e il tifo (concentrato in alcuni precisi punti del percorso, altrimenti piuttosto silenzioso) simpatico anche se incomprensibile (l’unica parola che decifreremo alla fine è davài, tradotto all’impronta con un romanissimo daje!), così riusciamo a metterci quasi subito al nostro ritmo maratona, che in teoria dovrebbe essere 5.40 e invece si manterrà praticamente sempre qualche secondo al disotto, per colpa e merito, dico io, delle lepri con cui ci siamo allenate nelle ultime settimane, Luigi e Claudio…
Giovanni
Anna parte subito alla sua velocità (che la porterà a guadagnarsi un ottimo 4° posto di categoria, per l’avarizia degli organizzatori a pochi minuti dal 3° e dalle sue meritatissime casse di vodka), Jacopo ci supera al 5° km, Giovanni si mette al  suo ritmo (e grazie a una bella dose di tenacia lo porterà fino alla fine nonostante un infortunio non trascurabile che lo aveva tenuto fermo nelle ultime settimane). Il Secco ci precede di poco, ma lo lasciamo andare perché temiamo di bruciare troppo all’inizio, specie perché il caldo si fa sentire e, senza una nuvola in cielo, ci perseguiterà per tutta la gara. Erano previsti 16/18 gradi, ma si arriverà a 25 e con il vento che nell’ultima parte della gara più che rinfrescare ci rema contro con una forza non trascurabile… 
Rispetto alla nostra ultima maratona ci mancano un po’ le bande sulla strada e il tifo che accompagna, ma cerchiamo di concentrarci sull’andatura e sui dolori muscolari che si spostano qua e là senza fortunatamente diventare insopportabili, accontentandoci dei saluti degli italiani (sono 80 gli iscritti e forse li abbiamo incrociati tutti) e dei russi a cui le due italiane appaiate (ed evidentemente gemelle visto che abbiamo per una volta un abbigliamento – eccessivo - identico) fanno forse simpatia… non ci dispiace e rispondiamo con un sorriso e una parola in inglese senza smettere di guardarci intorno. Ai bei palazzi della zona centrale si sostituiscono le periferie più anonime (che per un attimo ti fanno immaginare la vita “pericolosa” del periodo sovietico), dove però qua e là spuntano piccole sorprese, come una serra liberty abbandonata o uno scorcio che si apre sul golfo di Finlandia.
La maratona di San Pietroburgo è piatta e veloce, ci dicevamo… ma non è proprio così. I ponti sono tanti e anche se la pendenza è lieve un po’ si sente e i molti cambi di direzione rompono la monotonia di lunghissimi rettilinei; non si perde quasi mai di vista il fiume e il fatto che poco oltre la metà si ripassi in prossimità dell’arrivo ci regala un bagno di folla pieno di medagliati della 10 km che dà un’innegabile botta di adrenalina.
Ci mancano 20 km e siamo inaspettatamente persino un po’ in vantaggio rispetto al nostro obiettivo, sicuramente non fresche e riposate, ma più certe dei nostri mezzi, anche perché ci accorgiamo che cominciamo a superare tanti altri concorrenti che hanno invece cominciato a camminare, provati dal caldo e dalla disidratazione.
Una piccola parentesi… la corsa, specie sulle lunghe distanze, non è sport così diffuso da queste parti e così, come se si ritornasse a uno spettro demografico che in Italia avevamo vent’anni fa, sulla strada ci sono soprattutto uomini, mentre le donne sono poche quasi tutte molto giovani, se non tra le straniere (come noi, che non a caso alla fine saremo 7^ e 8^ di categoria, risultato impensabile con i nostri tempi in qualunque altra maratona).
Verso il km 25 superiamo Tonino, che si porta sulle gambe ancora i 100 km del Passatore di un mese prima, e proseguiamo, cominciando timidamente a sperare di farcela nelle fatidiche 4 ore. A metterci un po’ in crisi sono gli ultimi 10 km, ma non come al solito per il fatidico muro; la verità è che non ci aspettavamo, alla svolta che superato l’ingresso del bel monastero di Alexander Nievski ci instrada sull’ultimo lungofiume, il vento cominciasse a soffiare così forte, aumentando di molto l’effetto disidratazione.
Veniamo affiancate dal pacer delle 4 ore e non sappiamo se osare accodarci per darci un ritmo, alla fine preferiamo fare da sole dandoci un po’ più tempo per bere al ristoro del 35° km…che è poi quasi al 36°... un po’ come tutti i segnali dei km durante la gara, arbitrari quel giusto forse anche perché a volte affidati a volontari che non hanno nessuna voglia di stare fermi nel posto assegnato.
Comunque sia siamo quasi alla fine e, come spesso mi capita, scopro che questo mi fa accelerare (mia sorella dice che come i cavalli o meglio i muli sento l’odore della stalla…), scoprendo riserve di energia che fino a quel momento si sono tenute ben nascoste. Laura, invece, ha un attimo di calo, probabilmente dovuto alla mancanza d’acqua, così verso km 38 mi lascia andare (anche se in realtà alla fine resterà indietro solo di poco più di un minuto) e io decido di darmi una botta di vita, coronando il sogno di fare gli ultimi km sotto la media stabilita invece che sopra, anche se il Garmin mi dice che potrei anche prendermela con comodo.
Anna
Ma non voglio e le urla della gente che “stringe” il percorso di gara mentre finalmente corro lungo l’infinito edificio dell’Ermitage dietro a cui si trova la piazza dell’arrivo mi danno molta energia; mi prendo la soddisfazione di superare i pacer di prima che non si offendono e anzi urlano “Go go”, giro l’angolo ed ecco il traguardo, ma soprattutto ecco un volto noto, quello di Anna che urla come una pazza mentre suo figlio Matteo mi riprende con il cellulare (che lusso!!). Sono 200 metri a perdifiato, come se fosse la fine di una 10 e non di una maratona, e che soddisfazione quando arrivo e chiudo in 3.58.03 (ufficiali 3.58.50) sentendomi stanca ma piena di energia, felice di aver completato un ciclo di gare magari un po’ incosciente, ma, grazie anche a meravigliosi compagni di viaggio, allenatori e amanti della corsa del mattino, pieno di soddisfazioni.
Al traguardo del suo Garmin, anche Laura è sotto le 4 ore (3.59.15), ma per l’organizzazione è invece sopra di 3 secondi e quindi mi ricorda con una certa insistenza che in autunno non si potrà battere la fiacca a Venezia e Valencia…
So che il fatto che questa volta tutto sia andato nel verso giusto, non significa che forse abbia esagerato un po’ e spero di avere sufficiente intelligenza per ricordarmelo la prossima volta che il dito pruderà per schiacciare il tasto dell’iscrizione. (Noi speriamo di no ndr)
Però... c’è sempre un però..., anche questa volta e anche se qui l’ho raccontato poco, metà del divertimento di questa maratona è stato il contorno, il viaggio un po’ avventuroso per dimostrare che potevamo farlo senza agenzie specializzate (anche se così ho prenotato un albergo in centro, ma con 4 piani di scale da fare ogni volta….), i pranzi caotici e le visite culturali, i visti e le discussioni con i poliziotti gentili, ma incapaci di spiccicare una parola di inglese, la ricerca dei mitici ravioli georgiani e l’unico bicchiere di vodka scolato d’un fiato per festeggiare il risultato… insomma, tante cose che non sono corsa, ma che per me sono la vita e fanno della corsa, la mia corsa, quello che è!



2 commenti:

  1. qualche errore e verbo mancante qua e là sono ovviamente responsabilità dell'autrice un po' svagata...

    RispondiElimina
  2. comunque come continuavo a ripetere ai compagni di viaggio, i Russi sono, benché confinanti con i popoli nordici, anche un po' napoletani, e questo rende più comprensibili certe simpatiche approssimazioni organizzative, come anche gli aspetti più avventurosi della città, insieme al fatto che a modo loro sotto un broncio apparente, sono anche molto sentimentali. sentire canzoni per credere... esperienza da fare, buttandosi senza pensarci troppo

    RispondiElimina

Licenza Creative Commons
runisnow è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.