giovedì 7 maggio 2015

"Le discese ardite e le risalite: la Bavisela di Trieste" di Laura Cotta Ramosino



A rigore questo dovrebbe essere un post collettivo vista l’entità dello squadrone ramarro in trasferta a Trieste per la Bavisela (tra maratona e mezza maratona eravamo 26), incautamente attirato, forse, dalle mie abili manovre pubblicitarie che “vendevano” una mezza da PB grazie a più di metà di percorso in discesa. A parte il fascino del percorso e della città, comunque, sospetto che man mano che la delegazione aumentava di numero, a richiamare accoliti ci fosse anche quell’atmosfera da gita scolastica (anche se non abbiamo usato un torpedone collettivo), con l’inevitabile goliardia, i progetti per le serate al ristorante e le birre, il profumo dell’essere lontani da casa.
Sono giorni che ci esaltiamo a vicenda e il gruppo di whatsapp che abbiamo creato per l’occasione è diventato, oltre che il sistema più semplice per dare indicazioni e organizzare gli appuntamenti, una specie di raccolta di pensieri in libertà.
E così ci siamo trovati, giungendo alla spicciolata, nella più mitteleuropea delle città italiane, con un tempo incerto, anzi un po’ piovoso, e una bellezza austera divisa tra le colline del Carso alle spalle e le “rive” davanti, interrotte dalla scenografica piazza Unità, punto d’arrivo della competizione di domenica, in effetti un magnifico colpo d’occhio.
Le “tattiche pregara” naturalmente sono state diversificate: i cinque maratoneti, che domenica avrebbero affrontato gli insidiosi 42 km attraversando anche il confine di Stato e partendo da Lipizza, hanno esaurito già venerdì sotto la pioggia gli ultimi allenamenti, gli altri, hanno esplorato la città sabato mattina sotto un cielo più clemente ma con un clima altrettanto umido.
Per me e Luisa, a dieta proteica da una settimana, l’ipotesi di un PB sembrava abbastanza improbabile a dispetto del percorso, ma eravamo comunque decise a goderci la gara nonostante tutto. Lo stesso valeva per una manciata di altri ramarri, qualcuno con le gambe ancora doloranti per competizioni impegnative recenti, altri che avevano ripreso gli allenamenti seri da poco, qualcun altro era semplicemente un po’ acciaccato ma contava di farcela lo stesso.
Il sabato, in teoria, dopo i sette chilometri mattutini, avrebbe dovuto essere un giorno di riposo, che si è trasformato però in un’attivissima giornata di turismo, tra la visita al Castello di Miramare e, soprattutto, la discesa nelle viscere del Carso nella Grotta Gigante. Il nome dice tutto, ma specifichiamo: circa cento metri di profondità e soprattutto un migliaio di scalini tra discesa e risalita, tra stalattiti e stalagmiti. Alla fine le gambe ringraziano, perché non sanno che quello è solo l’aperitivo di domani… e io comincio a pensare che ancora una volta, tra dieta, sonno scarso e prove fisiche, ho fatto veramente di tutto per sabotare il mio risultato.
A riportare l’allegria ci ha pensato l’enogastronomia locale, tra birra, vini, prosciutti del Carso, lessi misti e salse al rafano, tutte cose che hanno contribuito a dare un tono particolarmente goliardico alle serate. Ora di sabato sera anche gli ultimi partecipanti si sono uniti al gruppo e si festeggia con una serata a base di pesce. Sarebbero quelli del ”a nanna presto perché domattina ci si sveglia all’alba” ma è inutile dire che i maratoneti sono tra i più vivaci animatori di una serata che finisce non proprio all’ora delle galline…
Inutile dirlo ci siamo scelti un locale in cima alla collina e a un paio di chilometri dagli alberghi e visto che nella morigerata Trieste i mezzi pubblici finiscono di circolare alle dieci a casa si ritorna a piedi o in taxi…
La mattina dopo la sveglia suona sempre troppo presto, ma ti consoli pensando che quando tu posi il piede dal letto i maratoneti stanno già sulla navetta che porta in Slovenia. Noi per fortuna ci imbarchiamo a orario più umano e poco dopo le otto ci troviamo al punto di partenza, vicino Duino. In realtà, del famoso castello, allo start non c’è nemmeno l’ombra e la partenza sta all’inizio di una bella salita di circa quattro km (ma non era tutta in discesa? inizia a rumoreggiare qualcuno) in mezzo a casette e verde.
Il gruppo ramarro è decisamente tra i più numerosi e rumorosi, diciamo che si fa notare parecchio (ci ritroveremo e riconosceremo in vari punti del video della gara che l’efficientissima organizzazione posta già in serata), tra le foto di rito, i balletti in stile haka maori e i selfie di Debora per cui Totti ancora sta inutilmente cercando di ottenere un corso rapido… 


Alla fine alla mezza non siamo poi tantissimi (meno di certe gare di quartiere romane per intenderci), ma la cosa non è spiacevole e la presenza di tantissime nazionalità nonché lo speaker poliglotta danno la sensazione della grande gara. Mentre attendiamo gli ultimi minuti già stiamo pensando ai maratoneti che vanno su e giù per le colline del Carso e che ci aspettiamo di incontrare verso il nostro 14° km quando loro scenderanno per una ripidissima discesa verso il mare. Questo a me dà il senso che in realtà, nonostante l’attesa, la gara sia già incominciata e l’ipotesi di incappare in un ramarro maratoneta e magari poter fare qualche chilometro insieme è esaltante.
Pochi secondi ancora e si parte, galvanizzate da una bella colazione, Luisa e io ci spingiamo di slancio su per la salita in fondo abbastanza dolce, su cui riusciamo a tenere un buon ritmo. Si corre in mezzo alle case e tra le piante, l’aria è bella e non troppo umida anche se comincia  a scaldarsi e io sudo, non so perché sto già consumando quelle poche calorie e il glicogeno che la pasta di ieri sera e il pane di stamattina hanno accumulato nei miei muscoli. Non ho idea di quanto potrà durare, ma sarò più tranquilla quando scavallerò…
Il cambio avviene in prossimità del primo ristoro, dove bevo in abbondanza, e già sento che le energie da spendere non sono parecchie. Pazienza, lo avevo messo in conto, ma almeno fino qui sono riuscita ad arrivare con una bella velocità. Quando si riparte Luisa, che forse ne ha un po’ di più in “saccoccia”, comincia a distanziarmi, lei sarebbe anche disposta ad aspettare, ma la lascio andare perché è inutile, so che la perderò ad un certo punto e non ha senso farle sprecare secondi preziosi. Per una dozzina di altri chilometri ce l’avrò in vista un po’ più avanti a farmi da lepre e ad aiutarmi a mantenere un ritmo buono, se non alto come mi sarebbe piaciuto. Mentre di fianco c’è il mare e la strada continua a scendere verso Miramare, sento che il mio serbatoio si sta svuotando e da poco dopo il decimo km so che tutti i chilometri che verranno saranno frutto di volontà, immensa fatica e molta auto persuasione, più che di energie vere e proprie.
L’unica fiammata arriva al 14°, quando finalmente ci raggiungono i maratoneti: io ho appena preso il mio integratore e sarà quello, unito alla vista di gente che tira dopo aver fatto molta più fatica di me, che mi dà l’energia per fare il mio km più veloce. Tutto sommato vista la stanchezza, il ritmo continua ad essere buono, forse non farò il PB che sognavo ma posso essere fiera di me stessa.
Poi inizia la strada in piano e le gambe si fanno all’improvviso pesanti, la testa deve lavorare per convincermi a mantenere un ritmo appena al di sotto della tachicardia e assicurarmi di arrivare in fondo. Fa simpatia, però, vedersi correre o camminare di fianco, separati solo da un nastro, le famigliole della Stracittadina, con i bambini che chiedono un cinque, i papà che spingono i passeggini o si tengono i figli in spalla e le mamme che controllano il gregge.
Arrivo esausta all’ultimo ristoro, km 19, ormai quasi in città, e mi fermo a bere dei sali; il tizio al tavolo me lo porge sollecito, ha l’aria un po’ preoccupata e io mi chiedo che faccia devo avere mentre cerco di concentrarmi sul ritmo della musica (benedetti Abba!) e mi dico che ne mancano solo due, anzi uno, l’ultimo non conta lo si fa pensando già al traguardo. Così riprendo un po’ di velocità, passo la ferrovia, poi la stazione e mi inoltro sulla strada vicino al mare. Davanti ho un gruppetto di atleti che spinge una carrozzina, ammirevoli, anche se un po’ ingombrano tutta la strada e alla fine, con un guizzo li supero all’ultima curva.
Per fortuna all’arrivo sono ancora abbastanza lucida per godermi lo spettacolo di piazza Unità che ci accoglie festosa, anche se non sento l’incitamento di Cristiana che ci ha aspettato insieme al mitico piccolo Otto, e ci immortala in video e fotografie.
Il cronometro si ferma poco sopra l’ora e cinquanta, in linea con il mio risultato di Terni di febbraio e un po’ più alto della Roma Ostia, ma sono contentissima lo stesso: mi rendo conto che a poco a poco sto imparando davvero a “gestire” le gare, un concetto fino a poco tempo fa a me sconosciuto e il fatto di sentire che il cervello e il cuore controllano i muscoli mi dà un senso di sicurezza e di fiducia che poche altre esperienze mi regalano. La spossatezza totale che mi assale e mi avvolgerà come una cappa fino a sera è un piccolo prezzo da pagare per queste sensazioni.
Il tempo di ritirare la medaglia e la borsa e vediamo finalmente arrivare il primo ramarro, Luca Pretolani: sapremo poi che ha sofferto parecchio, ma a vederlo arrivare adesso non dà proprio quell’impressione. Gli altri lo seguono un po’ alla volta, c’è chi davvero ha fatto PB di lusso, mentre altri forse, hanno esplorato limiti e risorse che non pensavano di avere, e tutto sommato anche questo è un bel risultato.
Anche stavolta si torna a casa con la sensazione che la gara sia solo la metà, significativa ma non esclusiva, di un’esperienza più grande e profonda, un’occasione per scoprire cose e persone, un’avventura da ripetere, se non altro perché alla fine, a parte qualche fortunato, ci è rimasto una cosa da fare a Trieste: assaggiare lo strudel!


"...Le distese azzurre
e le verdi terre
Le discese ardite
e le risalite
su nel cielo aperto
e poi giù il deserto
e poi ancora in alto
con un grande salto..."


 

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