mercoledì 22 aprile 2015

"Parigi - The Race" di Luisa Cotta Ramosino



Paris. It’s a big race. Go run it. É la scritta che domina sul poster della Asics che incontriamo già appena uscite dall’aeroporto e rivedo mille volte da venerdì a lunedì mattina così che quando posiamo il piede sulla linea di partenza (sono ormai le 9.40, ma per una volta l’attesa non ha fatto aumentare l’ansia) mi rimbomba nella testa come un mantra… insieme alle sagge parole dell’amica Roberta che ci ha chiamato poco prima della partenza per gli ultimi incoraggiamenti e le ultime raccomandazioni. Iniziare con calma e poi nel caso tirare dopo i 30… che però sono ancora molto lontani.
L’aria è limpida, gli Champs Elysées ampi abbastanza perché il sistema delle partenze scaglionate funzioni alla perfezione e ci si possa metter immediatamente al proprio ritmo, senza dare fastidio a nessuno e senza rischiare di inciampare in qualcuno che ha deciso di superarti proprio davanti ai piedi. Viene il sospetto che anche gli atleti siano un po’ più educati, ma forse è solo il classico pregiudizio da italiano all’estero che ama criticare casa sua… chissà. Fatto sta che i primi km ci aiutano a metterci gradualmente al nostro passo, una via di mezzo tra l’andatura indicata dal braccialettino di Laura (4h 05’) e il mio (un utopico 4h che scartiamo dopo poco – non il braccialettino, però, che è custodito per la prossima maratona), aiutate in questo dalla bellezza dei monumenti (sempre ben indicati) che ci scorrono accanto: l’obelisco di Place de la Concorde, il Louvre, l’Hotel de Ville… ci accompagna la musica della prima delle oltre 50 bande che sono disseminate sul percorso e che, ognuna a modo suo, ci incitano a fare la nostra gara.
Il tifo è numeroso e variegato, nessuno di noto, ma leggere quei cartelli fantasiosi fa comunque compagnia e arriviamo al primo ristoro senza quasi accorgerci. Avendo deciso di correre insieme (e senza musica, per goderci la città e comunicare meglio tra noi), abbiamo messo a punto i tempi e i modi della sosta. Una prende l’acqua, l’altra l'aspetta, ce la scambiamo per non sprecare e in un attimo ripartiamo, sappiamo che il prossimi stop sarà già all’ombra del Bois de Vencennes, il primo dei due parchi che occupano quasi metà del tragitto della maratona. Il percorso non è perfettamente in piano, e noi cerchiamo di essere caute, ogni tanto ci scappa un km sotto media (un po’ troppo sotto media) e subito tentiamo di rimetterci a regime, anche se non è facile, perché Parigi è davvero “la città più bella del mondo” e percorrerla correndo dà una sferzata di energia che mi sorprende e cancella le mille paure che mi avevano tormentato fino alla sera prima.
Ogni tanto pensiamo ai nostri compagni di gara, più veloci e partiti molto prima e cerchiamo di calcolare dove possono trovarsi ora. Mentre noi proseguiamo lungo le stradine, non molto larghe, ma ben tenute, del parco, Giancarlo sarà già alla mezza, lanciato verso il suo fantastico PB e pure Domenico ce lo immaginiamo a cercare tra la folla il volto sorridente di Francesca e dei suoi cuccioli che hanno preparato dei fantastici cartelli per accoglierlo al passaggio.
Intorno a noi vediamo moltissime nazionalità (a parte i padroni di casa, moltissimi inglesi, americani, canadesi, tedeschi) e tante maglie che indicano cause importanti per cui correre e sudare. E tra le tante cose che penso mentre metto un passo davanti all’altro (e sbagliando accelero, guadagnandomi un rimprovero da Laura) penso anch’io a per cosa e per chi corro. Del resto si sa che con la maratona si conosce meglio se stessi, e non è solo una questione di gambe e di testa, ma di quel cuore che ti spinge non solo per quelle 4 ore, ma che guida le scelte di ogni giorno. Ecco, io in quel momento penso che corro perché mi rende una persona più contenta, e quindi forse anche un po’ più buona (io che di mio non ho esattamente un carattere facile), perché correndo ho capito che posso lavorare su me stessa e non accontentarmi…e non solo per guadagnare 5 minuti sul tempo in gara.
A interrompere questi pensieri ponderosi il suono dei tamburi, è di nuovo una delle bande e benché io di norma non sia affascinata dalle percussioni devo ammettere che quel suono incalzante dà una botta di adrenalina. Lo stesso effetto avranno solo i pompieri schierati intorno a km 20 (secondo me hanno scelto apposta quelli più affascinanti)… e non hanno nemmeno dovuto suonare il tamburo!
Per arrivare alla mezza maratona c’è un po’ di discesa, ed è un piacere, perché comunque la maratona di 3 settimane prima sulle gambe si sente e il caldo sta aumentando per cui la brezza che accompagna il leggero aumento di andatura è molto ben accetta. Sappiamo di essere in tabella, con un paio di minuti di vantaggio rispetto all’obiettivo delle 4.05 e quindi festeggiamo la metà del percorso con un sorriso ai fotografi.
(N.B. per futuri partecipanti alla maratona di Parigi: alle postazioni con fotografi c’è anche una persona che avverte con anticipo perché ci si possa mettere in posa… mica dilettanti ‘sti francesi!)
Sappiamo che i 10/15 km che ci aspettano sono quelli più complessi: su e giù nei sottopassi che di loro non sono piacevoli (1 km al buio con il suono delle ventole che provvedono al cambio d’aria e solo un’aria di Verdi che irrompe a metà percorso per tirarsi su di morale…), il sudore che aumenta tanto da farci ipotizzare una sosta tecnica per togliere la maglietta a maniche corte (ma non lo faremo, basteranno le benedette docce che i volontari amministrano all’altezza degli spugnaggi)… insomma, è qui che si gioca la nostra maratona e lo sappiamo.
Eppure dopo tanti dubbi della vigilia non ho mai davvero il timore di non arrivare in fondo; i mille dolori che ci avevano accompagnato sono tutti lì, ma in qualche modo so che non mi impediranno di tagliare il traguardo. Del resto so per esperienza che essere in due (o in tre) è il modo migliore di tamponare qualunque muro o crisi.
È vero, una parte di me, quella che vorrebbe sempre essere in grado di fare tutto da sola un po’ si ribella, ma pazienza, questa volta è così e ne sono contenta.
Passiamo anche attraverso il famigerato tunnel dell’Alma (quello dell’incidente di Diana), ma ne usciamo indenni, non fosse che per un po’ ci scasina i Garmin e non capiamo più a quanto stiamo andando. Va detto che di mio a questo punto ho preso l’andatura che mi porterei fino alla fine, 5.45 a km  e me la tengo stretta.
I geniali parigini si sono inventati una bella sorpresa al 30 km, un muro di cartone che si attraversa come un semi-traguardo simbolico che strappa un sorriso. Loro non lo sanno, ma per me e Laura basta uno sguardo: di qui all’arrivo sono 12 km, quelli che tante volte abbiamo fatto la mattina insieme a Luigi, Cristina e Susanna per arrivare a Ponte Milvio e ritorno… e non c’è nemmeno la salita di via Baldo degli Ubaldi da fare, di che ci lamentiamo?
E poi siamo di nuovo nel parco, questa volta è il Bois de Boulogne dove vediamo tanta gente che cammina e pensiamo che non è male che non ci venga nemmeno la tentazione di fare come loro. I quadricipiti sono rigidi e doloranti, ma tengono e così la testa. Ora un po’ di musica l’abbiamo accesa, ma non troppo alta, per non doparci se non del nostro divertimento e del pensiero che avremo qualcosa da festeggiare e degli amici con cui farlo già appena dopo il traguardo.
Il conto alla rovescia verso l’arrivo è cominciato, è rimasto acceso solo il mio Garmin così Laura si deve fidare della mia andatura (e io ho intenzione di imbrogliare senza pietà per arrivare entro il tempo prefissato), mancano due ristori e la mitica foto al 41^ (quella che doveva apparire in diretta su FB ma nel nostro caso si è persa nella rete… pazienza) e ce li facciamo superando tanti altri podisti, fiere del fatto che ce la stiamo facendo.
Al km 39 il gruppo musicale è chiaramente quello del locale Gay Pride e a fare mosse da majorette a  bordo strada c'è un gruppetto di uomini con i polpacci pelosi e le parrucche viola e rosa, che magari in altri momenti ci stranirebbe un po' ma a quel punto ci fa tanta simpatia.
Gli ultimi km sono il leggera (molto leggera) discesa e questo aiuta, così come il simpatico signore che al 42^ sta lì invece di un asettico cartello a darti un cinque e a spingerti all’ultimo sprint.  Non guardo più l’orologio, ma voglio arrivare in volata e convinco Laura a farlo con me. Per noi abbiamo mancato le 4.05 per 3 secondi, per l’organizzazione no, ma ce lo dirà solo Giancarlo quando lo ritroveremo.
L’adrenalina ci spara a mille nelle vene, l’euforia del maratoneta ci si legge in faccia e quell’orrenda medaglia ce la facciamo mettere al collo con grande soddisfazione. È andata, è andata bene e non vediamo l’ora di gridarlo al mondo però è solo al secondo tentativo che troviamo qualcuno in grado di farci una foto decente da mettere su FB.
È finita e ovviamente siamo già lì a dirci che non solo è stato bellissimo e dobbiamo convincere qualcuno a farla l’anno prossimo, ma che l’esperimento è riuscito e lo rifaremo, la doppietta è nelle gambe e nella testa e anche se ogni maratona è unica questa è figlia di Roma e della ville lumière, un po’ italiana arrangiata e un po’ francese fighettina…e noi stiamo lì in mezzo, come sempre runner improbabili ma molto soddisfatte!


2 commenti:

Licenza Creative Commons
runisnow è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.