giovedì 30 aprile 2015

"Non si finisce mai d'imparare" di Luisa Cotta Ramosino



Tuscan Crossing Val d’Orcia 32 km


Non si finisce mai di imparare… io per esempio, dopo aver capito che la maratona non è uno sport, adesso ho realizzato che il trail non è una gara… e forse nemmeno una corsa. 
Iperboli a parte è proprio vero che la mia prima esperienza vera in questa disciplina (la 21 di Livigno dell’anno scorso la considero una specie di assaggio) mi ha colpito profondamente per come si è imposta sul mio modo di affrontare una competizione.
Un po’ perché fin da quando l’ho puntata avevo nella  testa, nel cuore e negli occhi il paesaggio in cui l’avrei corsa e la bellezza di quei luoghi da cartolina è sempre stata uno dei motivi che mi hanno spinto ad affrontare questa avventura.
Questo oltre la curiosità nata dal vedere le foto e sentire i racconti di runner amici che da tempo si dedicano a queste competizioni ricavandone con evidenza un'immensa soddisfazione.
D’altra parte l’oggettiva complessità del percorso (un conto è leggere un'altimetria e un altro è trovarsela davanti…) mette di fronte a una verità che fino a quel momento hai solo pensato, ma non interiorizzato: camminare non è e non sarà un’opzione dettata dalla fatica (fisica o mentale), ma una necessità iscritta in certe pendenze e certi terreni!
Il che è una verità decisamente liberante, perché ti toglie dalla schiavitù del tempo e della prestazione che bene o male una corsa su strada comporta, perché ti obbliga a dedicare attenzione e cura a ogni passo, per non farsi male, ma ti regala allo stesso tempo la possibilità di gustarsi un paesaggio in cui ti immergi completamente, immagazzinando esperienze e ricordi. Ho passato l’ultima settimana prima del trail riflettere sull’azzardo di affrontarlo dopo 2 
maratone nel giro di un mese e una settimana prima di un’altra mezza maratona… diverse persone, e tra l’altro persone di cui mi fido, mi avevano suggerito di ripensarci… ma se una cosa so di me stessa è che basta dirmi di non fare una cosa (anche per ottime ragioni) e subito io mi impunto.
Quindi eccomi pronta a partire, con la compagnia di Cami e Cristina (pure lei in teoria non avrebbe dovuto, ma si vede che sulla testa dura ci siamo trovate…). 
L’arrivo a Castiglione, in salita, con uno sguardo preoccupato alle frecce sulla strada in pendenza che ci fanno sospettare si tratti di una parte del percorso, è uno squarcio di bellezza che riempie lo sguardo e il cuore e ci fa pensare che lo spirito giusto è quello di chi affronta un passo alla volta, senza pretese, ma senza timori. La gente dell’organizzazione è simpatica ed efficiente e trovarsi un pacco gara pieno di cose buone (pure se io so che dal giorno dopo il trail dovrò mettermi a dieta di sole proteine) ci mette di buon umore.
Per una volta tralascio di raccontare “la sera prima”… basti dire che abbiamo assistito ad abbuffate di pici al sugo tali da essere giustificati veramente solo dai 103 km della versione regina di questa gara.
La nostra partenza è a un orario tale che non ci richiede una sveglia antelucana. Possiamo farci una bella colazione e presentarci alla linea di partenza con tutta la calma che le mille incognite ci consentono, è lì che troviamo un collega romano, dei Bancari, tra l’altro amico di un ramarro, il che ci fa sentire un po’ a casa. Pure qualcuno dell’organizzazione riconosce il Villa Pamphili e  io mi sento subito investita della responsabilità di tenere alti i colori della squadra… qualunque cosa voglia dire in un contesto come questo!

 

Allo start siamo solo 130, alcuni dei quali evidentemente veterani, che fin da subito partono con un piglio che noi non possiamo né vogliamo permetterci. Mentre Cami scatta in avanti io e Cri rispettiamo la consegna: calma e sangue freddo… abbiamo in più istruzioni dettagliate su rifornimenti e idratazione che ci vengono da un veterano, Vincenzo Grisorio, e intendiamo rispettarli alla lettera, anche se per me, devo ammettere, la corsa con zaino e borracce, all’inizio almeno pesa un po’.
L’asfalto dura meno di 500 metri, poi siamo sullo sterrato, all’inizio discesa, anche un po’ ripida e fangosa, per cui stiamo attente a non inciampare, ma corriamo appena è possibile. Siamo in un gruppo arretrato ma non siamo le ultime.
Presto arrivano le salite, veri e propri sentieri di montagna in cui camminare è l’unica opzione possibile. Si forma una piccola “comitiva” e come è ovvio si scambiano nomi, provenienze, esperienze e a Cri viene spontaneo esprimere quello che entrambe abbiamo nel cuore: “adesso ho capito perché Vincenzo viene a fare queste gare!”. È stato amore a prima vista, almeno per noi due, quello con questa disciplina e questa certezza ci consente di affrontare il percorso senza troppe ansie, curiose di scoprire cosa ci riserva la prossima svolta.
Sappiamo che i primi 16 km sono i più duri, con 1000 metri di dislivello, un unico punto acqua intorno al km 9 e poi il ristoro al 13^ (ma l’assistenza medica è molto più frequente e questo rassicura). Lo spirito della giornata si coglie anche dai punti di sosta: a parte l’enorme quantità di cibo e bevande c’è il gusto di fermarsi a fare due chiacchiere, di prendersi i complimenti di chi dice che non ce la stiamo cavando male, di scoprire che il nostro collega bancario non è molto più avanti di noi.
E poi di nuovo in strada per gli ultimi 3 km arrampicati sulla montagna. Alla fine ci metteremo quasi 2 ore e un quarto a fare quella micidiale prima metà, ma ci arriviamo e siamo pronte a ripartire belle cariche, anche Cri ora ha la certezza che il noioso dolore al piriforme non la fermerà e quindi c’è solo da godersi un po’ di corsa a ritmi più abituali, anche se i dolori ai muscoli provati si fanno sentire… le soste selfie e foto del paesaggio non mancano, del resto ci pare giusto portare le prove dell’impresa… o anche avere le pezze d’appoggio per convincere qualcun altro a tentarla!
Il secondo e ultimo ristoro è al 20^ dopo un giro su e giù per la rocca di un paesino dove la gente ci sorride vendendoci passare praticamente all’ingresso di casa… mi viene l’idea di chiedere un caffè, ma non ne ho bisogno perché lo trovo, miracolo, al ristoro, insieme a formaggio, mortadella, torte e pane all’olio. Bisogna stare attenti a non riempirsi troppo la pancia, dopo tutto sappiamo che gli ultimi due km prima del ritorno a Castiglione sono in ripida salita!
La bella scoperta di questa ultima parte della gara è che mi scopro energia di scorta nelle gambe, sparo una paio di km a 5.30 e me li godo, in fondo sono pur sempre una runner! E torna pure un po’ di spirito competitivo così senza vergogna mi gusto il momento in cui supero altri atleti che hanno evidentemente esaurito le batterie. Mi manca un km al traguardo (per il Garmin di più, ma mi fido dell’omino che mi indica la direzione e mi incoraggia) quando vengo superata dalla prima donna della gara da 53 km: una tedesca fighissima che ansima, ma non si ferma, tanto di cappello, cerco di starle dietro, ma è salita vera, attraverso un uliveto sassoso e ripido, per cui cerco di sbrigarmi… a modo mio.
Sento ormai l’altoparlante che annuncia gli arrivi, manca poco davvero, e comincio a incontrare gli atleti che hanno già terminato sorridono dicendo di tenere duro. Ecco, ci sono, sono in cima, mancano davvero 300 metri, sono sull’asfalto e così mi metto a correre, stupisco perfino i cronisti con uno sprint al traguardo e mi prendo la mia medaglia (di terracotta, dovrò stare attenta a non romperla) con una soddisfazione che è pari a quella di un PB in maratona. 4 h e 20 dice il cronometro, il mio poco più di 4, ma perché ho attivato il comando per metterlo in pausa alle soste. Il che mi fa sorridere: 20 minuti “buttati via”? no, anzi, forse quelli spesi meglio a prendere le misure di un’avventura che ho proprio voglia di ripetere. 



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