mercoledì 22 aprile 2015

"Avremo sempre Parigi..." di Laura Cotta Ramosino



 
A quando risale l'idea di correre la maratona di Parigi? Credo sia stato l'aprile dello scorso anno quando la famiglia Manganelli, che la capitale francese la conosce benissimo, ha cominciato a far girare questa idea sul gruppo di Facebook dei patiti di maratone. Rispetto a Londra o Berlino, che hanno meccanismi di iscrizione quasi impossibili, Parigi, pur essendo frequentata (quest'anno più di cinquantamila iscritti e oltre quarantamila alla partenza) e prestigiosa, resta comunque accessibile anche senza organizzazione. E così a settembre scorso, appena si sono riaperte le iscrizioni, io e Luisa eravamo con il dito pronto sul tasto del computer e dopo un paio d'ore di ansia e passione ci siamo ritrovate iscritte insieme ad un altro compagno di avventure, Giancarlo De Lucia (e pure Carlo, che purtroppo ha poi rinunciato). Ancora non sapevamo che Gdl è uno tra i pochi a poter rivaleggiare con le twins quanto a ossessioni organizzative. Visti dall'esterno sfioriamo probabilmente la follia, ma  il risultato, a posteriori, è che la trasferta francese è stata una delle più lisce della mia vita di podista (e turista).
Ai francesi va riconosciuta una cosa: hanno un ego grande così, ma sono anche bravissimi a convincerti che hanno ragione loro.  Se uno già non fosse convinto che Parigi è la più bella città del mondo e che la Maratona di Parigi è la più bella maratona del mondo, ci penserebbero i migliaia di cartelli che tappezzano strade e metropolitane a ricordaglielo.
L'organizzazione della gara, va detto, è impeccabile: già da mesi provvede a inviare memo e aggiornamenti sulla situazione delle strade,il percorso, gli allenamenti, l'alimentazione, il meteo e qualunque altra cosa possa influenzare la gara. Il tutto permeato da un tono di autoesaltazione che in fondo a noi maratoneti fa pure bene.
Parigi avrebbe dovuto essere "la" maratona primaverile ma a già a luglio scorso Giancarlo ci aveva messo pochissimo a convincerci che in fondo si poteva senz'altro iscriversi anche a quella di Roma, solo tre settimane prima, a patto di considerarla un ultimo lungo anzichè una gara vera e propria. Forti di questa convinzione abbiamo proceduto e a gennaio, armate delle tabelle gentilmente fornite da Luca Pretolani, abbiamo iniziato la prima preparazione maratona davvero seria della nostra carriera. Per una volta posso dire con soddisfazione che l'abbiamo seguita quasi alla perfezione e questo, sia nel corso dei mesi di allenamento (due PB in mezza maratona a due settimane di distanza) che in gara si è fatto sentire. In fondo alla testa, ovviamente, il retropensiero che potevano aver fatto il passo più lungo della gamba, ma era appunto solo un pensiero.
Poi è arrivata Roma, una maratona particolare, fatta al passo di un'amica che la tentava per la prima volta, e quindi, per molti versi, per me e Luisa, al riparo da ansie da prestazione e quindi affrontata con una lieta baldanza veramente inaspettata. Per come è andata alla fine sono arrivata al traguardo con la soddisfazione di aver contribuito a creare una nuova maratoneta, ma anche con la bellissima sensazione che 42 km sulle gambe non mi avevano affatto esaurito e il passo che ci eravamo prefissate era largamente nelle nostre possibilità. Parigi poteva essere mia, e alle mie condizioni.
Due settimane dopo, ovviamente, e a una settimana dal fatidico 12 aprile, le ansie si sono ripresentate tutte quante: la settimana di scarico e carico dei carboidrati, gioia e dolore del podista, ha visto comparire una serie di doloretti fantasma di quelli che non sai mai se sono segnali del corpo che spera di evitare lo sforzo, paturnie psicosomatiche o cose davvero gravi.
Quando venerdì ci siamo imbarcate sull'aereo per Orly, armate di un bagaglio certamente troppo ingombrante (ma si va pur sempre a Parigi, vuoi non portarti un paio di scarpe carine e un vestito primaverile?) e di una crostata fatta in casa, non eravamo le donne serene di tre settimane prima.
Parigi ci ha accolto con un clima primaverile (anche troppo, pure se i 20 km sotto la pioggia di Roma rendevano benvenuto un po' di sole) e la solita calda familiarità. Lo so, i parigini non stanno in cima alla lista delle persone più simpatiche del mondo, ma forse questa volta Dio ha voluto fare un'eccezione e il 90% della gente che abbiamo incontrato nel weekend è stata simpaticissima.
La parola d'ordine, nei giorni premaratona, è ovviamente non camminare troppo per non affaticare le gambe. Inutile dirlo, tra venerdì e sabato io e Luisa ci siamo fatte quasi venti km in giro per la città. Sarà stato per risparmiare sui biglietti della metro: e vuoi non andarci a piedi al Marathon Village che è "solo" a due km di distanza? e poi, la mattina, ma quanti cambi di metropolitana vuoi fare per fare un giretto al cimitero di Montparnasse a vedere le tombe della gente famosa (non a meditare su possibili esiti negativi della gara, anche se dopo Firenze...) e per raggiungere i Manganelli per pranzo?
Solo sabato pomeriggio, rientrate in albergo, abbiamo fatto i conti con l'improvvisa stanchezza e qualche ulteriore dubbio della vigilia, che abbiamo cercato di fugare preparando abbigliamento e bagaglio per il giorno dopo.
E qui merita un discorso a parte l'imbarazzante dimensione dello zainetto fornito dall'organizzazione (ce la poteva fare solo un maratoneta veramente molto molto sintetico a farci stare tutto il cambio e il necessario) e la decisione spietata di fornire la maglia della gara solo al traguardo (e d'altra parte sta scritta Finisher te la dovrai pure guadagnare...). In compenso il salone dedicato agli atleti è spettacolare, con stand di materiale sportivo (pantaloncini con rinforzo muscolare comprati e prontamente usati), integratori e i banchetti di così tante altre gare che ovviamente ne abbiamo già trovate altre cinque che ci piacerebbe fare.
La sera del sabato, sotto l'egida di Giancarlo, che sui rifornimenti è una garanzia, abbiamo fatto una cena nutriente, ma leggera in un ristorante italiano nei paraggi e siamo andate a nanna presto. Quel che si doveva fare l'avevamo fatto, il resto era affidato al destino. Del resto, l'ho detto a qualcuno un po' di tempo fa, il bello della maratona è che è come la vita, le altre gare le puoi calcolare, lì devi mettere in conto l'imprevisto.
La mattina di domenica il tempo era stupendo: limpido, fresco e soleggiato. Dopo la colazione siamo usciti tutti insieme e in metro ci siamo avvicinati alla nostra meta: l'Arco di Trionfo, all'ombra del quale la gara sarebbe iniziata. Viaggio in metro, occhi assonnati e quell'agitazione che attende solo di trasformarsi in energia cinetica. All'arrivo riusciamo pure a beccare Domenico, ci facciamo le foto, sentiamo al telefono gli amici per i saluti e le raccomandazioni. L'ultima è Roberta, che raccomanda prudenza, non esagerare la prima metà e tenere le forze per la seconda. Le sue parole, come i molti messaggi degli amici, giunti fino all'ultimo minuto, ci risuoneranno come un mantra per tutto il percorso. 
La gente è tanta e si parte a onde, il ché significa che dobbiamo presto separarci dagli amici che partiranno e arriveranno molto prima di noi. Fino lì ci siamo fatti coraggio a vicenda ora arriva il momento in cui ciascuno deve concentrarsi sulla sua gara, anche se io  Luisa abbiamo già deciso che stavolta correremo insieme, abbiamo un obiettivo e sentiamo tutte e due che sarà più facile raggiungerlo se riusciremo a darci una mano a vicenda. L'organizzazione è impeccabile, alle otto e mezza tocca infine consegnare lo zaino (quello di Roma, perchè siamo donne e ovviamente ci siamo portate di tutto) e avviarsi verso le griglie.
Bella idea da parte dell'organizzazione anche lì dentro ci sono postazioni WC (e i mitici pissoir, così che gli uomini liberino un po' le cose...) e io mi metto in coda. sarà imbarazzante a dirsi ma non ho voglia di farmi tutta la gara con la vescica piena e con tutto quello che ho bevuto, finirà che mi ritroverò a sentire lo sparo della nostra onda in un WC a cinquanta metri dalla partenza... vabbè).

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