martedì 3 marzo 2015

"Roma - Ostia" di Laura Cotta Ramosino



Un proverbio diffuso dalle mie parti (quelle d'origine, la "verde" Padania, anche se ormai la mia seconda, forse prima, e' Roma),  recita  "Chi la dura la vince". E io avevo un conto un sospeso con la Roma Ostia aperto due anni fa, quando per la prima volta ho messo le scarpe da running sulla Colombo.
La mia prima Roma-Ostia era anche la mia prima mezza e l'ho corsa a una settimana da un piccolo intervento (con permesso del dottore), due buone ragioni per non tirarla particolarmente. Sarà anche per questo, e dopo mesi a sentirmi intimorire da Runner e non con la famigerata "salita del camping" su cui si erano arenate le ambizioni di tanti, che il ricordo di quella prima esperienza rimane abbastanza allegro e positivo:  un modesto tempo di due ore e sette minuti non tale da scoraggiarmi e meno fatica di quella che mi aspettavo.
L'anno scorso, sulla scorta di un anno mezzo di competizioni e allenamenti, e sulle gambe diversi lunghi per la maratona, ho affrontato la Roma-Ostia con una fallace sicurezza che si è tradotta in un crollo imbarazzante attorno al 16 km. Risultato: anche se ho migliorato il tempo di tre minuti sono arrivata in fondo con un misto di corsa e camminata che ormai associo alle mie più cocenti umiliazioni. E hai voglia ad accampare problemi di metabolismo, ferro, consumo degli zuccheri, curva glicemica pazza, la verità è che avevo sopravvalutato me stessa e sottovalutato l'avversario e mi era toccata una bella batosta.
Per questo motivo quest'anno ho voluto arrivare all'appuntamento preparata e soprattutto mi sono garantita un paio di appuntamenti con la mezza maratona che mi dessero la certezza delle mie forze e la fiducia mentale per affrontare la gara senza tirarmi indietro per timore di fallire anche senza andare oltre le mie reali capacità.
Dopo la Mezza di Fiumicino a novembre (due ore sfiorate anche dopo 10 km preventivi) e avendo alle spalle un risultato esaltante a Terni solo due settimane fa (un'ora e 52' su un percorso per oltre metà in salita), teoricamente avevo tutte le ragioni per iniziare la gara tranquilla...
E invece, se è vero che come mi ha detto un amico, tirare fuori le scuse prima di una gara e' da vigliacchi, io a questa domenica di inizio marzo ci sono arrivata piena di sospetti: allergia, tosse, stanchezza diffusa accumulata con gli allenamenti pre maratona, tutto mi spingeva a partire senza la baldanza che mi sarei aspettata. E un po' come i mostri delle favole, la gara sente la tua paura e sembra porgerti ostacoli e sfide proprio per testare i limiti.
Per fortuna che ci sono gli amici e gli appuntamenti del calendario sociale a costringerti a misurarti anche con quello che volentieri "passeresti". Così, dopo la foto di società e gli incoraggiamenti del caso, mi sono ritrovata ad aspettare il via insieme a Cristina, Giovanni e mia sorella Luisa (questi ultimi due generosamente arretrati insieme a noi nell'ultima griglia cui mi relegava lo scarso tempo dello scorso anno).
Primo imprevisto, la fame: a dispetto di una bella cena a carboidrati, una colazione non rinunciataria e il solito integratore a un'ora dalla partenza, sia io che Luisa ci ritroviamo a cinque minuti dal via assalite dalla fame e finisce che ci dividiamo li l'integratore che in teoria avremmo dovuto riservare per metà gara. Meglio non patire adesso, più avanti ci saranno i ristori e qualcosa si troverà...
La partenza nell'ultima griglia ha lo svantaggio di un notevole affollamento, aggravato dal fatto che in genere i Runner presenti sono quelli alla prima prova, magari non molto veloci o semplicemente desiderosi di farsi una gara con calma e senza tirare. La prima sfida, quindi, è disimpegnarsi al più presto senza azzopparsi e azzoppare nessuno, per risalire un po' la folla nella speranza di guadagnare velocità  e minuti.
I primi chilometri filano via che è un piacere, io Luisa e Giovanni ci alterniamo a tirare il gruppo tipo squadra ciclistica e le gambe e il fiato reggono bene. Le cifre che rida' il Garmin rendono plausibile il traguardo che ci siamo proposti,quell'ora e cinquanta che fa gola a tutti e quattro. Sulla prima salita Luisa, che è amante della pendenza, ci stacca un po', seguita da Giovanni che inizia a tirare. Io, memore degli eccessi dell'anno scorso, cerco di non perdere la scia, ma senza forzare il mio ritmo mettendomi in difficoltà. Temo la crisi e non voglio che capiti prima della famigerata salitona. Al nono chilometro, quando finalmente arriva, in realtà, complici le discese, li ho praticamente raggiunti e, anche se Luisa all'inizio della pendenza seria scatta di nuovo in avanti, con Giovanni ci appaiamo e bene o male, superandoci e raggiungendoci, rimarremo insieme fino alla fine. È lui che saggiamente mi ricorda che dalla base alla fine sono quasi tre chilometri e il primo scavallamento è insidioso perché ti illude che la fatica sia finita mentre ancora manca più di un chilometro. Seguo il suo consiglio e imposto un ritmo che non mi rallenti troppo ma nemmeno mi mandi in tachicardia e mi costringa a camminare. Del resto comincio a contare gli infortunati o i troppo audaci a bordo strada e questo è di monito un po' tipo le navi infrante per Ulisse vicino a Scilla e Cariddi. 




Mi si perdonerà il paragone mitologico, ma con il passare di minuti e chilometri, il Garmin che gira e il fiato che regge, il sospetto iniziale si trasforma a poco a poco in fragile speranza e anche la partenza dalle retrovie diventa paradossalmente un elemento a favore.
Risalire pian piano il serpente di folla, riacchiappando sconosciuti o amici in difficoltà che lottano per arrivare in fondo, ma trovano il fiato per un incoraggiamento, raggiungere e affiancare per un tratto di strada compagni di squadra noti o novellini e incoraggiarli a mia volta, tutto contribuisce a rendere sempre più concreta la mia piccola impresa.
La discesa dopo il 12 km mi mette le ali ai piedi, la fatica si fa sentire ma anche i chilometri diminuiscono e il bello dell'esperienza maturata tra gare e allenamenti negli ultimi mesi e' che il tuo corpo riesce meno ad imbrogliarti con la fatica (oppure sei tu che riesci a imbrogliarlo meglio e fargli credere che ce la può fare, questione di punti di vista)  per cui sai che anche quando il fiato si fa più corto e le gambe diventano pesanti, anche se forse stai grattando un po' il fondo del barile dell'energia a disposizione (quanto farebbero comodo adesso quegli integratori che ti sei bevuta al via), puoi tirare ancora, la testa e il cuore ci sono.
Facendo i conti se non molli il risultato è a portata di mano e Giovanni che mi supera per l'ultima volta me lo ricorda esortandomi a non cedere.
Anche così agli ultimi due chilometri sento che sono allo stremo, allora con una mossa disperata alzo il volume della musica per non sentire il respiro che assomiglia un po' troppo a un rantolo (la maledetta tosse...)  e tiro anche solo per fare finire tutto prima possibile. Al solito l'ultimo biscotto sul lungomare sembra stregato, si allunga all'inverosimile anche se il passaggio del ventesimo chilometro razionalmente dimostra che non può essere più lungo del solito.
A duecentocinquanta metri dall'arrivo vedo il Garmin che segna un'ora e quarantanove e mi dico che non posso lasciarmi sfuggire tutto proprio adesso, non mi perdonerei quella manciata di secondi persi.
Un ultimo sforzo e taglio il traguardo venti secondi sotto la fatidica soglia.  E anche qui, magia: un minuto prima mi sentivo sfinita e un minuto dopo tutto è passato, il fiato ritorna, ho anche l'energia per aiutare chi invece arriva davvero dando tutto e anche di più.
È andata, mission accomplished, quella medaglia al collo quest'anno profuma di soddisfazione oltre che di mare e sudore, ma come tutte le sfide, ovviamente, lascia la porta aperta alla prossima.
Roma-Ostia sarai sempre un po' stregata, quest'anno ho vinto io (pure se cinquemila e tanti hanno tagliato il traguardo prima di me)  ma l'anno prossimo si ricomincia da capo... Che io sia pronta o meno. 

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