giovedì 19 marzo 2015

"Il (mezzo) giro del lago di Bracciano, ovvero 1 + 1 + 1 = ∞" di Laura Cotta Ramosino



Quando si cerca di convincere qualche amico pigro di darsi alla corsa si tirano fuori i motivi più diversi: per le donne il primo della lista è quasi sempre la perdita di peso, poi c’è la gioia dell’aria aperta, la sensazione della sfida con se stessi, il gusto della competizione. Quello che non ti dicono spesso, e che io ho scoperto con il tempo, è la felicità di correre insieme a qualcuno, la scoperta dei compagni di gara, quelli occasionali, che ti corrono accanto per qualche chilometro nelle gare più lunghe, quello che becchi all’ultimo chilometro e ti incitano fino al traguardo, ma soprattutto quelli “programmati”, gli amici per cui qualche volta vale la pena correre un’intera gara con la testa non sul tempo e sul traguardo ma sulla persona accanto a cui lo taglierai.
Per me quest’anno era il primo Giro del Lago di Bracciano: un bel lungo impegnativo (34 km, vento, paesaggio e tante salite) piazzato forse un po’ vicino alla Maratona di Roma e alla Roma Ostia, ma perfetto comunque per testare la resistenza e la voglia di correre per i mitici 42 km.
A scombinare i piani ci ha pensato una frana sulla strada che ha trasformato il giro del lago in un avanti e indietro tra Trevignano e il Museo Storico dell’Aviazione di Vigna di Valle, con il percorso ridotto a 31 km ma con le salite impegnative intatte, anzi moltiplicate per due.
Questa gara, più che una competizione, era però soprattutto la prova generale dell’assetto previsto per la maratona, terzetto composto da me, Luisa e Cristina, con l’obiettivo dichiarato di tarare il passo comune per l’esordio in maratona della nostra amica.
È la seconda volta che mi capita di correre una gara “per qualcuno” (la prima volta è stato con un’amica che tornava per la prima volta a correre una dieci dopo uno stop gravidanza), senza l’obiettivo di un qualche personale o per battere me stessa. È qualcosa di nuovo per me, un modo di correre che richiede un minimo di disciplina (è vero, spesso corro con mia sorella Luisa, e cerchiamo finché il fiato c’è, di coordinare il passo, ma con il tacito accordo che ciascuna ha la libertà di scattare in avanti se si sente le gambe e il fiato) e, per lo meno da come è andata questa prova, un’esperienza di condivisione e di arricchimento davvero particolare.
Da un certo punto di vista mettersi al passo di qualcun altro, che ancora ha da capire come gestire una gara impegnativa e vive per la prima volta la sfida della gara per antonomasia (così per antonomasia che i tuoi amici sono anni che continuano a chiederti ogni domenica se hai fatto la tua maratona di dieci chilometri…), ha qualcosa di liberatorio.
Sarà che ti viene da concentrarti sulle ansie e i dubbi di qualcun altro, e alla fine un po’ ti dimentichi i tuoi, sarà perché alla fine tenere d’occhio qualcun altro ti obbliga a osservare meglio anche te stesso… sta di fatto che questo (mezzo) giro del Lago di Bracciano è stato davvero una bella prova generale.
Il percorso parte proprio in riva al lago, per allontanarsene nella prima, leggera salita, che si inoltra nella campagna. Al terzo chilometro arriva la mitica salita del Vicarello (di cui tanti mi avevano parlato l’anno scorso). A inizio gara non sembra poi così impegnativa, anche se la lunga discesa che segue, pensando ai quasi trenta chilometri che avremo sulle gambe quando l’affronteremo, fa già un po’ paura.
Non ci mettiamo molto a stabilire un passo tranquillo, che ci consente la chiacchiera e non impegna eccessivamente il fiato: del resto, se quello dovrà essere il passo maratona conviene che in questi trenta chilometri non ci troviamo con il fiatone. La strada è bellissima e dopo pochi chilometri, senza averlo programmato, ci ritroviamo in un gruppo pieno di ramarri (siamo davvero tanti, e propensi alla compagnoneria, anche gli altri runner lo notano con un certo sgomento) che rimarrà più o meno compatto per un bel pezzo. A parte qualche cafone che ha deciso di dover usare la macchina sul percorso di gara proprio in quelle due ore della domenica mattina  il percorso è libero e bellissimo. Il lavoro sarebbe la scusa di questi maleducati, ma non sembra proprio che si tratti di un cardiochirurgo in volo verso un’urgenza e ci rifiutiamo con un certo compiacimento e pure qualche parolina forte, di lasciargli strada. Il fatto che non si tratti di una competizione affollatissima lascia lo spazio per seguire il proprio ritmo e guardarsi in giro verso il lago e la collina e presto, anche verso il profilo del castello Orsini a Bracciano. La misura di come procede allegra la nostra scampagnata la danno i pettegolezzi che abbiamo tempo di scambiarci sul matrimonio delle star avvenuto sul posto.
Intanto si avvicina il punto in cui la gara farà il giro per riportarci indietro, i primi cominciano già a incrociarci nell’altro senso e c’è in momento tifo quando vediamo i primi della squadra o qualche amico che ci incrocia. Dopo aver fatto il giro del museo dell’aviazione, e superata la malefica rampa che da quello ci riporta sul percorso originale (la testa ci dice saggiamente di affrontarla camminando, chi non lo fa si ritrova spompato e superato in cima), anche noi possiamo salutare gli amici che ancora devono raggiungere la metà.
Il gruppo si sfilaccia, ma con un gruppo di ramarre continuiamo a procedere vicine, dandoci il passo e incoraggiandoci, anche perché dopo i primi venti chilometri la fatica si accusa (dopotutto la Roma-Ostia è stata solo una settimana fa) e anche i doloretti, complici i continui sali e scendi cominciano a comparire nei posti più impensati.
Bisogna stare attente a non cedere alla voglia di tirare solo per fare fine più in fretta la fatica: dopotutto stiamo facendo il nostro lungo, per quanto atipico, e bisogna sapersi amministrare…. “sapersi amministrare” questa espressione molto logica e molto razionale che raramente ho saputo mettere in pratica per me stessa e che invece qui forse per la prima volta riesco davvero a concretizzare: è vero che certe volte non si riesce a farsi del bene se non avendo in testa qualcun altro…
E dopo l’ultimo ristoro, senza la certezza di quanti chilometri manchino veramente (i nostri Garmin dicono cose diverse dalle scritte sull’asfalto e non sai se sperare in uno sconto di lunghezza o calcolare comunque lungo per avere una bella sorpresa alla fine), ci avviciniamo alla temuta salita del Vicarello. Lunga è lunga e le gambe sono stanche, tutte e tre corriamo finché possiamo e appena una di noi chiede di camminare le altre acconsentono grate. Paradossalmente il passo veloce sulla salita ci permette pure di superare qualche altro runner e ci garantisce, ancor prima di scavallare sulla discesa, di riprendere a ritmo sostenuto. Ora di chilometri ne mancano meno di tre, la strada la conosciamo. Ci incoraggiamo a vicenda trovando pure la forza di aumentare un po’ il ritmo finché dietro un muro non rispunta l’acqua del lago, con l’ultimo rettilineo di poche centinaia di metri dove le uniche salite sono quelle dei rallentatori per le macchine.
Sarà la vista della linea d’arrivo, gli amici che là in fondo ci incoraggiano, l’occhiata al garmin che ci dice che a sorpresa siamo riuscite a completare l’impresa in tre ore inaspettate, ma abbiamo pure la forza di una volata in parallelo, tenendoci la mano e abbracciandoci come tre bambine soddisfatte con le nostre medaglie. Ci scappa pure una lacrima e una foto che mi terrò cara per la vita…
Il bello è che è solo l’inizio, tra due settimane ci aspetta Roma, i 42 km, i sanpietrini, la sfida più grande, forse la pioggia ma anche questa splendida certezza che contraddice logica e matematica. 1 + 1 + 1 fa infinito!


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